Ugo Amati è stato medico condotto a Ginostra nel 1974. In quegli anni l’isola di Stromboli non aveva l’aspetto ameno con il quale si presenta oggi a un nuovo visitatore. Chi vi giungeva la prima volta, con il suo bagaglio di cultura classica, non poteva non andare con la mente all’inizio del viaggio dell’Alighieri nella Divina Commedia. Troppe le similitudini: l’oscurità, le ombre, il silenzio, il traghettatore, la totale diversità dai luoghi di partenza ... Inevitabile non rammentare “Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate”: non c’era molta speranza negli sguardi dei pochi abitanti rimasti dopo che l’eruzione del 1930 ne aveva fatto emigrare la maggior parte.
Prima di allora l’isola aveva goduto di un certo benessere: se ne vedevano le tracce nella quantità di terrazzamenti, nei ruderi abbandonati invasi dai rovi e nascosti nei canneti, nelle tre chiese. Chi aveva avuto il coraggio di rimanere, o non aveva avuto la possibilità di partire, sopravviveva forse senza illusioni ma con grande dignità, fierezza e riserbo. L’unica autorità era il parroco e a testimoniare l’esistenza di una pubblica amministrazione c’erano un maresciallo e, per l’appunto, il medico condotto.
Perché Amati nel “mezzo del cammin” della sua vita sia venuto ad esercitare la professione a Stromboli, quanto la sua scelta così estrema sia stata determinante e che cosa abbia significato nella sua vita viene narrato in questo libro la cui trama si svolge, sul filo del simbolico, in parallelo a un racconto fiabesco di Gogol, Roma.
Un racconto si sovrappone all’altro, quasi che l’uno, Roma, avesse il linguaggio per dirla, la Cosa; un linguaggio più esplicito, meno criptico. Il carnevale romano in cui è ambientata la fiaba gogoliana — livre de chevet del protagonista — fa da riscontro alla quaresima che precede la resurrezione dell’autore, rifugiatosi nell’isola dopo la fine di una storia d’amore. La Cosa, dunque, di cui parlano gli Scritti di Jacques Lacan, altro rifugio del protagonista nei momenti di solitudine, altro “apparato di Golgi”, come lo chiama.
Ma sarebbe forse più giusto dire il demoniaco di Goethe e di Bachtin ripresi da Julia Kristeva: un crepitio dell’anima, una logica d’echi, emanazioni ravvicinate e tuttavia lontane. Forme di sogno simili al ricordo, dolorose perché cariche di rinuncia, capaci di rendere il presente ora più tollerabile, ora più insopportabile. Tumulti onirici, quasi fosse possibile inabissarsi negli echi non solo nel sonno, ma anche nella veglia. Echi amorosi, erotici, carnevaleschi, selvaggi. Incastri come matrioske di tre donne amate e riamate. E soprattutto silenzio, ascesi, prima del grande Scoppio.
Dunque due stati opposti, due assoluti: l’errare e l’arrestarsi, la pace e la brace. Risvolti interni a quell’unico stato che è il corpo d’affetti in cui questo medico d’altri tempi si muove, e da cui è mosso, come in un sogno. Anzi, come un “cielo di canti”. Torna alla memoria Hölderlin: “La terra / quasi aveva mostrato le sue viscere. Ma a Ilio / era anche la luce delle aquile. Ma nel mezzo / il cielo dei canti”.
Stromboli come Ilio. Una poiana che volteggia sulla terra ferita al posto delle aquile.
Chi ha conosciuto l’isola in quegli anni la ritrova intatta in queste pagine: dal primo impatto con la maestosità tenebrosa e selvaggia di una natura indomabile al modo di vita semplice e primitivo. Rivediamo le lucciole brillare nella notte “come dei fuochi” e il paesaggio marino “di niente e di nessuno”. Riprendono vita personaggi indelebili nella memoria, istanti di vita sospesi, episodi dimenticati e antiche emozioni.
“Le strade odoravano di basilico e rosmarino ... non accadeva nulla ... i giorni sgocciolavano e poi la sera colavano a picco ... L’isola giaceva in un’estasi di pace”: il tempo dell’Essere.
Nel suo viaggio all’interno di se stesso l’autore — al di là di una lettura in chiave psicoanalitica che ondeggia tra simbolico, immaginario e reale — ci regala una testimonianza sincera e fedele di attimi della vita di quest’isola vulcanica così misteriosa e affascinante da stringerci ancora a sé.
La memoria è una grande ricchezza.