Marisa Attolini

Nella casa del sole

Poesie

Presentazione di Rossano onano

Tabula fati, Chieti, Gennaio 2009

 

Presentazione di Rossano Onano

     Marisa Attolini mi invia il dattiloscritto originale della sua silloge, Nella casa del sole, accludendo al testo la fotografia in bianco e nero di quella che al mio ricordo era lei stessa, quando l’ho conosciuta nello splendore dei suoi approssimativi quarant’anni. Mi sembrava un’operazione di memoria priva di senso; quando, osservando meglio, scoprivo che la fotografia non si riferiva a Marisa, ma a una donna molto simile a lei. Leggendo il testo, capivo che nella poesia Marisa evoca la mamma scomparsa, e che la fotografia si riferiva a lei. Non è possibile offrire una chiave di lettura più esplicita, sul registro dell’identificazione affettiva proposta da una figlia amorosamente nostalgica.
     Leggendo, le cose non stanno semplicemente così. Esistono tracce disseminate, nel testo, di un rapporto affettivo intensamente amoroso ma difficile. Se ad ogni bambina è bella la mamma sua, la mamma di Marisa per giunta era bella davvero. La donna è descritta quando, seduta sull’occhio del portone di casa, è intenta ad accarezzare i propri ricordi, permettendo all’aria leggera di sollevare i lembi della sua bianca sottana. Nel suo libro d’esordio in poesia, Marisa raffigurava se stessa nella medesima situazione, il vento che le solleva la veste: quando leggeva la poesia in pubblico, gli ascoltatori sussultavano. Sappiamo, ora, che la gonna femminile accarezzata dal vento è stigmate materna, segno di un progetto precoce d’identificazione. Nello stesso tempo, la madre offre di sé una figurazione ineffabile, osserva le rondini e parla con i fiori, così da apparire lontana alla piccola figlia di costituzione evidentemente più sanguigna. Il rapporto originario di Marisa verso la madre oscilla in modo conflittuale fra l’ammirazione (identificazione) e la lontananza (difficoltà nel processo d’identificazione).
     Il corpo principale della poesia di Marisa rappresenta soprattutto un atto di contrizione. Marisa esorcizza un sentimento di colpa, determinato dalla sua protratta difficoltà d’identificazione con la figura materna. Mamma, dice la bambina cresciuta ma sempre figlia e quindi bambina, io sono oramai come te, ho imparato e ti sono vicina. Marisa scrive e Marisa è la madre: le attese nella casa del sole, i fiori lungamente osservati nel giardino in attesa di germogliare, una strana attitudine all’amore piuttosto vagheggiato che agito. Ma: “ora che il sonno ti appartiene”. La meravigliosa madre vagheggiata ha un’evidenza lugubre, una figura goyesca perché ammantata di nero. Marisa esorcizza la colpa (il non essersi identificata), identificandosi. Annulla così, finalmente, la lontananza posta fra sé e la madre. Si tratta di una finzione: la madre ammantata di nero, cui appartiene il silenzio, nel silenzio eterno ripropone la lontananza.
     Perché la lontananza abbia senso affettivo, occorre che la persona lontana sia idealizzata. Solo così vale la pena indirizzare ad essa la propria tensione d’amore. Marisa, finalmente identificatasi nella mamma, compone in poesia l’operazione opposta, idealizzando la madre in modo da renderla nuovamente dissimile da sé, ovvero distante. “Mia dolcissima madre / anima e corpo” è già compenetrazione fra eterno e terreno; progressivamente, la figura materna è spostata sempre più sul versante dell’eterno, ove è assunta (“L’anima mia stupita / madre di grazia vestita”) con stupore oramai riverente.
     A questo punto della lettura, alla fotografia della madre che Marisa mi ha fornito si sovrappone il ricordo di un’immagine diversa, precisamente l’azzurra madonna di Antonello da Messina. Come tutte le associazioni mentali, la recepisco senza fornire a me stesso alcuna spiegazione: se non quella, coloristicamente ovvia, dell’analogia fra l’azzurrità della Madonna di Antonello e la figura sempre più ineffabile e azzurrata che Marisa fa in poesia della mamma. Altrove, in un testo fondamentale, la madre di Marisa esce dall’azzurrità per diventare icona di profetessa (“Il picchio scandiva le ore”), personaggio che avverte la morte prefigurata di sé e delle persone care e forse del mondo. La Madonna è esperienza di lutto in atto, colei che piange il figlio che è morto ma che è eternamente, colei che soffre il lutto per un lutto che non c’è ovvero che soffre per il lutto del mondo. Altrove (“Lungo il periodo”) l’idealizzazione di Marisa fornisce alla madre un’atmosfera di suprema collocazione, qualcosa che ha a che fare con la fenomenologia culturale dell’Assunzione. La madre, azzurrata ed assunta, è ancora una volta, ora definitivamente, lontana da Marisa.
     La poesia di Marisa rappresenta, in primo luogo, l’ideazione amorosa di una lontananza. La figlia racconta di prima intenzione la propria difficile identificazione con la mamma; prosegue raggiungendo l’identificazione con lei ora che la mamma è assente; ma, ora che si è identificata con la madre, amando la madre Marisa avverte d’essere nella condizione di amare, in fondo, se stessa. Si tratta di una condizione lecita sotto l’aspetto narcisistico, ma in fondo poco esaltante. Per amare bisogna essere “cosa diversa”, e quindi lontana, dall’oggetto che si ama.
     Uguale è la fenomenologia del desiderio: soltanto ciò che non si possiede, perché è lontano, può essere desiderato.
     Marisa mi ha presentato la silloge dicendo: “Con queste poesie ho ritrovato mia madre”. Mi sono sentito fratello alla sua commozione. Ciò che Marisa dice, per il fatto stesso che lo afferma per sé, è vero. È altrettanto vero, però, che per ritrovare la madre come oggetto d’amore, dopo averla introiettata, è stato necessario per lei collocarla idealmente, ancora, lontana da sé. La bianca sottana della madre appartiene alla terra, come la gonna di Marisa sollevata dal vento: se lo spazio terreno ha permesso l’identificazione, e l’identificazione non permette l’amore, l’unica distanza possibile per la pratica dell’amore è quella che separa la terra dal cielo. Per questo la fotografia della madre si trasforma, nei versi di Marisa, nella Madonna azzurrata di Antonello.
     Resta da dire del linguaggio, e questo è campo non mio. Questo posso dire: ho letto la poesia di Marisa Attolini come da bambino, senza capire, ascoltavo commosso le litanie del rosario. Recitato, allora, da donne con il capo velato di nero. Le litanie, come le poesie di Marisa, erano la voce che occupa la lontananza d’amore interposta fra ciò che è terra, e ciò che è cielo.

Rossano Onano