Carlo Bordoni

Istanbul Bound

Presentazione di Teodor Józef Korzeniowski

Tabula fati, Chieti, Gennaio 2007

 

Presentazione di Teodor Józef Korzeniowski

     Sono contrario a scrivere prefazioni. Specialmente ai lavori altrui. Un buon libro si presenta da solo, a meno che la prefazione non sia altro che un residuo atavico delle dediche al nobile protettore, al sovrano o al mecenate. Insomma un atto di sottomissione che lo scrittore non dovrebbe fare mai.
     Se un libro è valido, capace di attrarre con ugual magnetismo di una bussola, allora la prefazione è un inutile fardello, un’aggiunta dolciastra e sgradevole che lo pone in cattiva luce. Se invece quello scritto è così deboluccio da non farcela da solo, allora è meglio lasciarlo cadere nel dimenticatoio. Nessuna prefazione riuscirà a dargli la forza inventrice che non possiede da sé.
     Naturale che, quando si parla di mare, di viaggi per mare, di vita a bordo, si pensi a me. Per questo mi hanno chiesto di scrivere una prefazione. Ero la persona adatta, avevo, come si dice, le phisique du rôle. Anche se non mi va di farlo. Una cosa che detesto. Sono contrario e lo ribadisco. E poi è da troppo tempo che non scrivo. Mi sembra un secolo. Lo posso ammettere senza vergogna: ho difficoltà a scrivere. Soprattutto per problemi pratici. Non riesco neppure a tenere la penna in mano, ma non appena ripenso alla scrittura mi prende una frenesia, una voglia di raccontare insopprimibile e, nell’impossibilità di farlo, costruisco nella mia mente le storie più astruse e mi diverto a complicarle finché, colto dalla stanchezza, non mi appisolo di nuovo.
     Sì, la veglia è faticosa e ormai riesco a tenermi desto per periodi sempre più brevi. Succede che sussulti all’improvviso quando qualcuno evoca il mio nome o apre un mio libro: sento risuonare le frasi stampate come una musica lontana che ha la capacità di farmi sentire vivo. Ma poi torna il Grande Sonno e non c’è verso di sognare. Neanche un maledetto incubo. Niente. Silenzio perfetto.
     È passato talmente tanto tempo! Le cose sono cambiate. Non riuscite neppure a immaginare come sia diverso il mondo da quando ero imbarcato. Saranno stati gli occhi della giovinezza, ma c’era un’altra luce, si respirava un’altra aria e la vita di mare era un’avventura sempre esaltante. Piena di pericoli, questo sì, ma l’entusiasmo era tanto grande da far passare in secondo piano i lati negativi. La vera vita è sul mare. Su questo sono d’accordo con quel ragazzino (non ricordo più il suo nome, ma non ha importanza) che scrive di nascosto, un po’ come facevo io, e rimugina le sensazioni che ogni marinaio ha provato. Mi par di sentirlo ancora quel dondolio instancabile, quella mancanza di stabilità che non ti abbandona neanche sulla terraferma.
     Ci ritrovo qualcosa di Melville, con quella fissazione assurda del capitano, e qualcosa di Verne, per via dell’isola misteriosa: tutti prodotti della concorrenza, ma affratellati dal comune amore per il mare.
     Questo Istanbul Bound, tuttavia, mi ha lasciato la bocca amara per il finale inatteso: quando si dà un titolo del genere, il lettore ha tutto il diritto di aspettarsi che a Istanbul ci arrivino, bene o male, pur con tutti gli inconvenienti e gli inghippi che un viaggio sull’acqua può presentare. Invece qui tutto si ferma all’improvviso, sulla cresta di un’onda, resta sospeso su quella nota dissonante che ha continuato a ronzarmi in testa per ore, dopo averlo letto.
     Certo, bisogna ammettere che la trovata è geniale. Chi avrebbe mai pensato d’imbattersi in un’isola del genere? Di solito la fantasia più sfrenata s’immagina mostruosità infernali, cavità sottomarine da esplorare, tesori nascosti, trappole mortali…
     Il mio amico Defoe, che di fantasia ne aveva poca, l’isola l’aveva trovata deserta, salvo che per un unico selvaggio. Ma, benedett’uomo, da dove veniva quell’essere solitario? Caduto dal cielo? Deportato? Disseminato dal vento? L’incongruenza della presenza di Venerdì non gli ha impedito di vendere bene il suo Robinson Crusoe, cosa che gli ho sempre un po’ invidiato. Sarà forse dovuto al fatto che è stato il primo del genere… Certe volte l’incongruenza premia, perché riesce a sedurre il lettore con la sua aria leggera.
     Insomma, non volevo parlare di questo libro e invece mi accorgo di averlo “presentato” in qualche modo. Il guaio è che non riesco a farne a meno, non riesco a rinunciare alle storie di mare. Mi piacciono tutte. Sono le sole che riescano a farmi tenere gli occhi aperti.
     E poi credo di aver trovato qualche rassomiglianza col macchinista. Quando leggo un libro — proprio come quando scrivevo — mi piace immedesimarmi in uno dei personaggi, pensare di essere lui e vedermi agire, come dietro uno specchio, in quelle speciali condizioni. È un viaggio dentro il viaggio della lettura, in cui spesso mi perdo. Ecco, mi sono ritrovato nell’anziano macchinista sofferente d’asma, che se ne sta defilato e osserva gli avvenimenti; interviene quando è necessario, regge il filo della storia (fino in fondo) meglio del protagonista. Si chiama persino come me: lo sapete che il mio secondo nome è Giuseppe? Però, diciamo la verità, i miei romanzi di mare e di costa erano tutt’altra cosa.

Teodor Józef Korzeniowski