Chissà quali muse invoca Silvana Cellucci per trovare l’ispirazione. Di certo, in questo suo ultimo romanzo breve, il genio della lingua ha fecondato la sua immaginazione e le ha suggerito, a cominciare dai nomi dei tre personaggi principali, scelte originali ed eloquenti: Ivald Poko è un evidente ossimoro che individua la fierezza del temperamento e allo stesso tempo il senso di inadeguatezza alla società contemporanea che antepone il valore della quantità a quello della qualità, l’omologazione alla originalità individuale; Ina, senza famiglia, la dice lunga sulla puerile ingenuità di una donna-bambina in cerca della propria identità e della propria storia; Arsio Noto descrive esattamente il carattere sanguinico e l’orgoglioso bisogno di affermazione sociale e di riscatto dalle umili origini.
È un’umanità, quella ritratta nel romanzo, travolta dalle passioni, perfino nella gestualità assolutamente teatrale: ecco apparire, al centro del palcoscenico, l’altalena della schizofrenia sulla quale salgono e scendono freneticamente personaggi in preda ora all’esaltazione, ora alla disperazione; sulle quinte il grande affresco un po’ scolorito della tragica storia europea del Novecento; il sipario aperto a metà sul mondo contemporaneo affascinante e disgustoso, desiderato e rifiutato.
L’artista non è l’attore protagonista della rappresentazione, ma solo una comparsa, un sognatore pieno di fantasie morbose, o forse semplicemente l’uomo qualunque in cerca di amore e di amare.
Figure malinconiche e delicate che vivono il sesso come peccato o vagheggiano un’ improbabile semplicità di vita, si confrontano con personaggi malvagi in preda alle ossessioni del materialismo, votati alla più brutale animalità, protagonisti di episodi della peggiore cronaca nera.
Due mondi opposti, dunque, che si contaminano senza mai confondersi e che la sensibilità aristocratica e romantica di Silvana Cellucci riesce magicamente ad accordare.
Il tema della memoria, come luogo esclusivo e personale in cui è possibile cogliere le trasformazioni alle quali il tempo sottopone fatti, persone e sentimenti, unitamente al tema della necessità di conoscere e seppellire un passato ancora più doloroso del presente perché sconosciuto, costringono ogni personaggio a un percorso di verità. Si impone drammaticamente, per ciascuno in modo diverso, un impegno di consapevolezza di sé, uno sforzo di comprensione del proprio amaro destino per tentare di ricominciare una nuova vita.
In questa condizione di assoluta solitudine, la ricerca dell’amore appare l’unica possibilità vitale contro la tentazione mortifera di abbandonarsi alla paura che irretisce il cuore e paralizza la mente. Ma questa ricerca, se avviene in un ambito ristretto come quello familiare, può essere illusoria perché è proprio lì che vive e prima o poi si manifesta, attraverso inganni e menzogne, la sua negazione.
Ecco allora che i momenti lirici più intensi, come lievi tele dipinte en plein air ispirate alla natura, alla contemplazione del mare e del paesaggio, all’incanto dei capolavori del passato, diventano un inno alla vita. L’arte, balsamo al dolore esistenziale, racconta quell’amore universale che vive oltre il contingente e che diventa l’unica vera terapia contro il male che pervade tutto ciò che è terreno.
Il sipario si chiude sulle note di Brahms. Fino al prossimo spettacolo.