Un diario in versi: fantasie, ricordi, emozioni, silenzi si affiancano, si fondono, vivono l’uno dell’altro, quasi impercettibilmente, con voce sommessa e tremante in una sinfonia di “levitas” e “gravitas”.
Sa esprimersi, così, soltanto la voce di un cuore che ha scandito, da protagonista, l’infanzia e l’adolescenza e che ora, nonostante tutto, continua a battere forte.
I girotondi, le maschere del Carnevale, i giochi nel quartiere, le filastrocche, con un tono di fiaba accarezzano teneramente il ricordo, in cui, come per magia, tutto è calmo, luminoso, sicuro.
C’è un cuore che palpita, c’è un viso che splende, c’è un sorriso “taumaturgico”:
sacra è la figura materna, ieratica quella paterna, immuni dalle leggi del tempo, nella loro funzione “oracolare”.
Ma brividi di freddo, solitudine, nero della notte minacciano il “coraggio di amare” e, quando la stanchezza sta per sopraffare l’ultima risorsa dell’anima, restano ancora, nel deserto della vita, “le voci del cuore a parlarci dentro”.
La consapevolezza del dolore si schiude, quasi per incanto, nella luce tremula dell’alba, nell’attesa di un dolce miracolo.