Luigi Clementi

Il ritorno di Dorian Gray

Presentazione di Marina Crescenti

Tabula fati, Chieti, Ottobre 2006

 

Presentazione di Marina Crescenti

     Un intenso intreccio di stati d’animo: tale è l’essenza di questo breve romanzo dove l’Autore si cala nella realtà quotidiana del suo ambiguo protagonista Luca, scrittore di gialli, scandagliando fin nelle pieghe più remote della sua psiche.
     A lui affianca un alter ego immaginario, il pittore Lorenzo, e la storia si dipana come un romanzo nel romanzo dove, alla stregua di una matrioska, Luigi Clementi lascia che il protagonista Luca viva una sorta di sdoppiamento della personalità e cominci un cammino di identificazione con Lorenzo, durante il quale avviene un’ulteriore trasformazione: la macchina, il computer, s’impossessa di colui che dovrebbe dominarla.
     Come avesse anch’essa un’anima insospettata, Luca diventa il suo inconsapevole intermediario con il mondo degli umani. Diventa il mezzo attraverso il quale il computer esprime il suo incontenibile desiderio di comunicazione. Sembra quasi di sentire le sua urla: «Sono qui, perdio! Statemi a sentire!»
     «Esiste, dunque, l’eterna dicotomia!» sembra gridare a Luca. L’amore per il corpo e quello per la mente. L’estenuante dilemma che apre le serrate porte alla terribile sensazione che l’uno soverchi l’altro, prima o poi... E che dell’antico rapporto proteso verso la sola bellezza spirituale che va ben oltre la fisicità — quale unico tramite per addentrarsi fino in fondo nei meandri degli animi dei due amanti platonici, Eva e Lorenzo — non resti che il mero timore del tradimento di lei.
     Riaffiora dunque la paura dell’abbandono, evocatrice della bieca passione che spazza via ogni certezza in cui Lorenzo aveva creduto con tutto sé stesso, fino a poco prima di vederla aleggiare minacciosa davanti ai suoi occhi. Un bambino, che di punto in bianco viene gettato tra le fauci del mondo adulto: Luca e Lorenzo, Lorenzo e Luca. Chi dei due si rifiuta di crescere? Chi dei due lascia che sia una semplice macchina a decidere della propria vita?
     “I reconditi abissi del ventre”, motivo ricorrente nella narrazione sono evocati in lontananza dal costante parallelo dell’acqua del mare — che a volte fa rinascere, altre volte accoglie la morte — con il liquido amniotico... e quel “filo nero e tortuoso” che collega il computer alla presa di corrente, tanto simile al cordone ombelicale. Mentre la vita narrata, al pari di quella reale, continua a snocciolare eventi e a rotolare massiccia e incurante del bene o del male che è sempre pronta ad elargire a chiunque la possieda, che ne prenda o meno le redini.
     A questo punto, dal timore che la macchina abbia il sopravvento sulla sua storia con Jutta, la sua donna, nasce la decisione di Luca di disfarsene al più presto. Così la figura del computer diventa ancora più inquietante quando materializza il suo dolore attraverso l’immagine di un “viso decrepito, rugoso” impresso su un foglio di carta, quasi lo vomitasse dal pertugio della stampante cui è collegato. Che altro non è, del resto, se non la trasposizione grafica della sua ribellione nei confronti della decisione del suo prezioso intermediario.
     I repentini passaggi da un protagonista all’altro del romanzo sono assai accattivanti e non lasciano spazio al dubbio: con calma e ragionata regola Clementi, complice il computer, li fonde fino a farli divenire una persona sola, ma sceglie di non fare altrettanto con le due figure al femminile, Jutta ed Eva, che sembrano andare invece ognuna per la propria strada.
     Jutta soffre in silenzio accanto a Luca che la trascura, preso com’è dal suo lavoro di scrittore. Viene trascinata nella disperazione più cupa, all’apice della quale fugge via nella speranza che il suo adorato amore si accorga di lei.
     Eva si invaghisce di un altro uomo e cede così alla passione, finendo per anteporla all’amore platonico di Lorenzo. Un amore a tratti paranoico il suo, che trasforma l’immagine della purezza di Eva in ciò che Dorian Gray identifica con il proprio aspetto. Che deve rimanere immutato — come pure la purezza di Eva — e su cui gli effetti devastanti del tempo e delle orribili incursioni nel tetro e nel sordido, si sarebbero dovuti riversare altrove.
     Con Il ritorno di Dorian Gray l’Autore suggella la trasposizione delle immagini sulla tela che, come il ritratto di Oscar Wilde, si anima di una realtà immortalata fra i colori allegri e brillanti, cupi ed evanescenti di un quadro.

Marina Crescenti