La vita in un piccolo, sonnolento paese di provincia e l'esistenza veloce, piena di imprevisti, di occasioni, ma anche di pericoli e di dolori improvvisi: sono questi i due nodi focali attraverso cui si snodano le vicende di Un italiano.
In un continuo gioco di rimandi, di flash-back, Monica Corradi dipana abilmente le vicende del protagonista-voce narrante che, ritornato al suo paesino natale dopo una lunga e tortuosa esperienza di vita che l'ha condotto fino in America, ritrova vecchi amici, paesaggi ed impressioni scolpiti nella memoria, oscuri e strani personaggi che rimandano ad una saggezza arcana, contadina, quasi magica.
Ciò che colpisce di più in questo romanzo breve, sulle prime molto simile a tante rievocazioni nostalgiche di stampo diaristico, è l'estrema fluidità della prosa dell'autrice, ottenuta grazie ad un sapiente uso della punteggiatura, volta a volta soppressa, quasi a ricreare la fluidità delle tracce mnemoniche, oppure riportata drasticamente ai canoni tradizionali, per rendere icastico e pregnante un periodo, una situazione, un ricordo del protagonista.
A questa stessa esigenza narrativa risponde anche l'abolizione della tradizionale scansione in capitoli, che quasi costringe a non interrompere la lettura, come se l'autrice fosse stata sin dall'inizio conscia che ogni interruzione avrebbe potuto ostacolare una piena comprensione delle vicende rivissute dal protagonista.
I pochi dialoghi presenti nel racconto, sacrificati a tutto vantaggio del continuum mnemonico della voce narrante, sembrano quasi costituire degli scarsi punti fermi in questo tempo di stampo bergsoniano scandito dalla voce narrante, della quale non a caso il lettore conoscerà il nome solo sul finire del romanzo, che incessantemente scompone e ricompone i piani narrativi nell'omogeneità della sua memoria: ed ecco il parroco, l'amico di sempre, il drogato americano, il padre, e poi ancora la vecchia maga, la natura, e le tante figure umane che solcano una vita, aggregarsi e disgregarsi nella mente del protagonista per ricomporsi in un unico quadro, che li somma e li supera al tempo stesso.
Una folla di figure si fa innanzi al lettore, e queste figure rivivono attraverso la voce narrante, che giocando contemporaneamente sui tre livelli del passato, del presente e del futuro, rievoca tutta la sua esperienza di vita, dalla prima infanzia e dalla giovinezza trascorse al paesino natale, alla turbolenta esistenza americana, dove il prossimo poteva spesso essere anche un nemico; chiede notizie di amici che come lui hanno abbandonato la terra d'origine, di ragazze che ricordava bambine e che adesso sono mogli e madri, paghe di sé stesse come mai lo saranno le "donne di città", o si sono malamente perdute; ricorda e rivive una dimensione festiva e conviviale ignota alla grande città, dove il mangiare insieme non ha lo stesso significato che può avere in un paesino, in cui costituisce invece un momento ben più significativo di aggregazione familiare, di socializzazione, di gioia e di commemorazione.
Un modo diverso, questo di Monica Corradi, di vedere la condizione dell'emigrato: quasi una perdita di specificità, più che nazionale, personale, specificità che può essere recuperata solo in una dimensione psicologica, dove passato, presente e futuro si ricongiungono e si potenziano in una figura simbolicamente pregnante quale quella della vecchia maga del paese, una donna di grande saggezza contadina, temuta ma quasi venerata, che sembra vivere in un eterno presente, e sulla quale il protagonista torna e ritorna continuamente nel suo vagabondare narrativo, conscio che in lei, e solo in lei, si annida la risposta a tanti enigmi che un'esistenza randagia e avventurosa non è riuscita a risolvere.
Grazie a lei il protagonista ritorna a percepire le piccole magiche presenze che animavano nelle sue fantasticherie di bambino i boschi del paesino natale, ed è la vecchia maga a ricondurlo a sé stesso, quasi avvolgendolo in un alone arcano dove egli è contemporaneamente bambino e adulto, e con gli occhi dell'adulto rivede il bambino che vive ancora in lui, gli animaletti che gli erano compagni di gioco e che il tempo ha travolto.
Quasi specchiandosi negli occhi di Amelia, la vecchia maga, rivede tutto il suo passato, ed è questo passato a dargli quel "Bentornato Michele, bentornato a casa, al tuo paese", che solo può essere un vero ritorno a sé stesso e alla sua più autentica specificità, non solo italiano, ma di uomo.