Daniela Di Benedetto

Il dono del diavolo

Presentazione di Marco Solfanelli

Tabula fati, Chieti, Gennaio 2006

 

Presentazione di Marco Solfanelli

     Questo romanzo non appartiene ad un “genere” tradizionale. Forse si potrebbe definire come la fusione tra un romanzo sociale (che addita varie piaghe dell’umanità), una storia d’amore folle (in cui però l’amore è il grande assente) e un thriller (tesissimo, ma senza assassini né poliziotti!).
     Si tratta infatti della vita di Rosy, bellissima fanciulla dei bassifondi palermitani, venduta dalla madre a quindici anni e avviata da un losco individuo alla prostituzione. Anche immersa nello squallore Rosy conserva un’anima pura, tanto che, dopo aver cercato di sottrarsi a quel destino, finisce con l’accettare il sesso come qualcosa che deve fare per sopravvivere, ma senza trarne piacere, e l’unico uomo che lei ama sul serio è Joy, un travestito dall’animo di poeta, non a caso il solo che non la tocca e non la toccherà mai.
     Joy è quasi come una compagnia femminile, in parte visto da Rosy come una replica della sorella perduta ed eternamente rimpianta, in parte amato nella sua virilità nascosta e disperatamente negata.
     Venduta poi dal protettore ad un boss mafioso miliardario, che l’ama e che le offre le ricchezze sempre agognate, Rosy non riesce neppure a dimostrare gratitudine per l’uomo che l’ha tirata fuori dalla miseria: ha un’unica ossessione, quella di vendicare la morte di Joy, il suo poeta-idolo, colui che la confortava nei tempi duri.
     Sorvegliata senza tregua dai gorilla del boss, cerca solo un’occasione per fuggire: pronta a rinunciare ad ogni benessere e a tornare nei bassifondi per compiere la sua vendetta, ma qual è il suo piano?...
     Qui comincia il thriller. Rosy è una donna qualunque, “il suo corpo è la sua unica arma”, che cosa potrà mai fare contro potenti persone della malavita?...
     E mentre il lettore segue la lenta evoluzione dell’intelligenza di Rosy, il passaggio dai sogni infantili alla presa di coscienza della dolorosa realtà, poi ad uno stato abulico che confina con la follia, fino alla piena consapevolezza di ciò che la sua bellezza le consente di fare... il romanzo si legge d’un fiato.
     Spesso un editore accetta un libro solo se, giunto alla decima pagina, è già estremamente curioso di sapere come finirà la storia; ebbene, Il dono del diavolo ha questo requisito. Non solo, ma è scritto in un modo particolarmente efficace nel ferire il lettore, strappandogli ad ogni colpo di scena un brandello della sua anima.
     Perché quello che viene rappresentato è un mondo di perdenti senza speranza, un mondo privo di gioia in cui persino il giorno di Natale è solo una fonte di cattivi ricordi, e come tale va profanato costantemente dalla protagonista. È un perdente il signor Montini, il cliente preferito di Rosy, che vive in un inferno; è un perdente persino il boss Mario, che possiede tutto al mondo tranne l’amore dell’unica donna alla quale si è affezionato.
     Ma la prima perdente è Rosy, che ha costruito la sua vita sull’illusione di essere amata da Joy. Tutte le decisioni che riguardavano Rosy sono state prese, per anni, da altre persone, ma la prima volta che la giovane compie una scelta responsabile si tratta di una scelta sbagliata: inseguire una vendetta autodistruttiva e inutile, inutile perché l’innocenza uccisa non resuscita e i sogni morti non rinascono.
     È facile vedere nell’orsetto di pezza, da cui Rosy non si separa mai, il simbolo dell’infanzia violata che la ragazza rifiuta di dimenticare, ma tutto il romanzo è ricco di simboli. Come la maschera di belletto di Joy, che nasconde un’identità interiore poco chiara sia a Rosy che a lui stesso. O come le allusioni ai romanzi horror: ognuno di noi ha paure nascoste, ma ognuno è un potenziale assassino, o quanto meno un potenziale trasgressore delle regole.
     Il titolo Il dono del diavolo nasce come omaggio alle Cose preziose di Stephen King, ma è un titolo pregno di significati: quale sarà il dono concesso a Rosy? Il suo fascino infallibile, oppure...
     Joy parla spesso di King come del suo autore preferito, ma chissà che Daniela Di Benedetto non abbia voluto inserire queste citazioni per creare un contrasto fra la prima parte del libro (i racconti narrati da Joy: l’orrore nella fantasia) e la seconda parte (il mondo affrontato da Rosy: il vero orrore nella vita di tutti i giorni).
     Come ci è stato insegnato quando studiavamo lo strutturalismo, la decodifica del messaggio è soggettiva: ogni lettore interpreti l’opera a suo modo. Sottolineo soltanto che l’autrice ha voluto raccontare la storia di una prostituta senza descrivere mai una scena di sesso esplicito. Perché l’unica cosa che deve attirare l’attenzione del lettore è la vita interiore di Rosy, un filo che si svolge in un labirinto di inganni, giungendo ad una pagina finale che sfiora il sublime: se qualcuno andrà a leggerla in anticipo, peggio per lui!

Marco Solfanelli