Paolo Dune

Al di qua dell'Aldilà

Presentazione di Mario Bernardi Guardi

Tabula fati, Chieti 1998

 

Presentazione di Mario Bernardi Guardi

     Per definire un aforisma ci vuole un aforisma. E che sia brillante, per di più. L’essenza della sentenza. Il contrassegno dell’ingegno. Il massimo della massima. E via giocando, da instancabili chierici vaganti. Meglio extravaganti, per far coppia con l’autore di aforismi che, disseminando auree miche, ci sfida con l’ebbrezza di un granulo scintillante o, se si vuole, con la leggiadra, rassicurante rotondità di un uovo cosmico: “In principio era il verbo. Poi divenne l’aforisma”.
     Ecco. Proprio così. Parola che moltiplica, esprime, specifica, ma senza nulla perdere del brillìo iniziale, della concentrata luce piovuta dall’alto.
     Jorge Luis Borges amava la “biografia compendiosa” e faceva “recitare” i protagonisti dei suoi racconti in un spazio ristretto: poche, talvolta pochissime pagine. Lì dentro c’era la vita e la morte; l’uomo aveva i suoi incontri/appuntamenti, grazie a cui scopriva il nesso inscindibile tra il caso e la causa; e scopriva Dio o lo perdeva per sempre in intricatissime biblioteche o in labirintiche avventure, dove libri e specchi, pugnali e tigri, microcosmi alieni e mappe sbucate da un futuro anteriore confinante con gli archetipi, funzionavano da segnali. Non importa se per orientare o disorientare, visto che la realtà è duplice “finzione”: la plasma, appunto la “finge”, il Vasaio Primordiale e poi la regala agli uomini perché, mascherandosi, la smascherino.
     Paolo Dune ama la “sapienza compendiosa”; e non credetegli quando definisce il suo libro “una raccolta di riflessioni e pensieri, senza pretese, sul mondo contemporaneo”; infatti, conoscendo la sublime arte del gioco, dirotta i lettori verso un orticello minimalistico perché degustino la massima (il “massimo”?) senza accorgersene. Cioè senza accorgersi che — lo diceva Wilde, se non sbaglio; e, se non sbaglio, l’ha ripetuto Kraus che collezionava “citazioni” e confezionava “aforismi” per meglio crocifiggere i suoi avversari, dunque l’intero mondo — non c’è nulla di più profondo della superficie. Attenzione: la superficie inghiotte nei suoi gorghi sotterranei chi non sa nuotare. Ovvero che crede di poter tranquillamente passare da un aforisma all’altro senza pagar dogana. Vale a dire, senza utilizzare l’intelligenza, senza tenerla desta per reagire alle provocazioni. Dune provoca. E incomincia subito.
     “L’aforisma è una frase vagante sospesa tra due spazi bianchi”, avverte e minaccia. Nel senso che lì dentro c’è l’esplosione di un pensiero. Poi, ecco il “silenzio” dello spazio bianco; ma l’esplosione è avvenuta, lo sconquasso c’è stato, niente è più come prima. Hai ricevuto un dono o sei caduto in una trappola. Sta a te decidere. Sta a te pensare e sapere come farlo. Perché intanto Dune continua ad aggredirti, con finta semplicità, insinuante benevolenza, perfino con la terroristica cordialità di chi ti dice: “Non sono di sinistra, né di destra; e nemmeno di centro. Vengo semplicemente da sud”.
     E ti pare che scherzi, mentre invece fa terribilmente sul serio. In biblioteca ha certamente un Cioran che gli fa sibilare: “Una volta fui felice per nove mesi. Poi nacqui”. E da uno che gioca così ferocemente sull’origine, a questo punto puoi aspettarti di tutto. Sei alla seconda pagina ed arrivano raffiche e staffilate: “La cosa che rimpiango di più nella vita è il tempo perduto: non è stato abbastanza!”; “L’incapace è capace di tutto”; “Quando incontrai la donna dei miei sogni, lei mi disse che io non ero l’uomo della sua realtà”; “Dal punto di vista religioso, mi considero un ateo praticante”; “La vita è una malattia incurabile che a lungo andare ci conduce alla morte”; “Quando arriverà la fine del mondo, per il mondo sarà già troppo tardi”.
     Ora basta. Citare è un po’ come morire. Perché è un po’ vivere la vita di un altro, perdersi in lui o ammettere: ci hai scoperto, ci stai denunciando, ora ci infilzi con un aforisma. Lettore, guardati da Paolo Dune. Vuoi andare avanti? Te lo sei meritato. In tutti i sensi, consensi e dissensi.

Mario Bernardi Guardi