David Ferrante

No-Politicians

Presentazione di Gabriele Di Francesco

Tabula fati, Chieti, Settembre 2005

 



Presentazione di Gabriele Di Francesco



     La relazione tra giovani e politica è ormai da tempo un rapporto controverso, fatto di grandi slanci e di altrettanto repentine inerzie e stasi regressive.
     Alla stagione dell’impegno collettivo e dell’identità sociale, sono seguite altre stagioni in cui si sono imposte le cosiddette dinamiche del “riflusso”, il ritorno alla considerazione preminente della sfera privata e soggettiva come centrali e talora anzi esclusive della vita e delle relazioni umane. Dagli slogan gridati in piazza e dalla considerazione che tutto era politica (il privato è pubblico!), si era passati nell’arco di poco tempo alla esclusione della politica dalla propria vita, alla rivalutazione delle scelte individuali e della propria intimità.
     Questo nonostante si fosse operata (1975) una vera e propria rivoluzione culturale: la concessione della maggiore età ai diciottenni e quindi la capacità di esercitare il diritto di voto. Di fatto l’elettorato attivo e passivo aveva portato i giovani ad acquisire almeno formalmente quella “parità politica” che essi non avevano mai avuto fino a quel momento.
     In un contesto tradizionalmente gerontocratico, i giovanissimi avevano compiuto un decisivo passo verso l’affrancamento, sembravano usciti, come faceva all’epoca rimarcare il Barberis (1), da quella condizione di marginalità, di subalternità, che ne avevano fatto, fino a quel momento, insieme con le donne, una sorta di “proletariato di rincalzo” al servizio degli strati professionali della società italiana. Ai quali ultimi era riservato l’esercizio dell’arte politica, coronamento e corollario di una posizione personale (economica, professionale, culturale) di rilievo, acquisita saldamente, anche se raggiunta con molto impegno: era la professione il vero trampolino per la politica.
     L’apertura ai diciottenni sembrò dare nuovo slancio alla partecipazione politica giovanile: da elettori si trasformarono in candidati, furono eletti, presero posizione nell’ambito degli organismi di gestione della cosa pubblica. Sembrava quasi che avessero capito che potevano trasformare la politica in senso professionale, un contesto infine dove far carriera, dove esercitare la propria attività lavorativa.
     È noto come di lì a poco tutto questo slancio si sia ridotto e infine smorzato, ed anzi come si sia finito per deprecare proprio quella connotazione professionale che per qualche anno è sembrata essere la peculiarità della politica e che di fatto poteva considerarsi il tratto distintivo dell’affrancamento giovanile dall’egemonia gerontocratica in ambito politico.
     Dopo questo primo eclatante exploit dei giovani nella vita politica, si è avuto peraltro un regresso che si pensò di poter mettere in relazione soprattutto con la contingente situazione economica negativa, con il ritornato bisogno della ricerca urgente di un’occupazione, di un posto di lavoro invece che di un seggio politico. Altre variabili concorrenti, di uguale se non di maggior peso, furono considerate il calo della militanza giovanile all’interno dei partiti e la fine della fede nelle ideologie, in quegli assoluti ideologici che avevano caratterizzato e condizionato la vita giovanile nel corso di tutto il secolo, oltre che di quelli immediatamente precedenti.
     Se tale involuzione sia stata determinata dal disinteresse che sempre segue le grandi fiammate di intensa dedizione politica, oppure se sia stata originata da una sorta di eclissi valoriale, oppure ancora dallo smarrimento degli obiettivi “politici”, potrebbe comunque essere letta come perdita della fede nella capacità della politica di risolvere i problemi, pubblici o privati che siano; per i giovani forse come vera “fine della politica”. A tale crollo, fa osservare Ricolfi commentando i dati relativi alla politica nell’ultima indagine IARD sulla condizione giovanile in Italia, «hanno contribuito due fattori: l’esaurimento della stagione di Tangentopoli (che aveva riavvicinato alla politica molte persone e fortemente rilegittimato l’impegno a destra), sia la vittoria dell’Ulivo nelle elezioni politiche del 1996, con il conseguente venir meno di molte attività di impegno pubblico tradizionalmente gestite dall’opposizione di sinistra.» (2)
     Qualunque ne sia il motivo, si tratta di una crisi che “interessa l’insieme dei comportamenti e degli atteggiamenti giovanili degli ultimi anni”. Di fatto l’interesse dei giovani per i temi politici, nel lungo periodo, appare descrivere una costante ma inarrestabile parabola discendente.
     Dalle opinioni dei giovani la politica annoia, disgusta: certo non è più il contesto in cui si può trovare un senso alla propria esistenza. Meno del 50% dei giovani del resto si interessa di politica, scegliendo peraltro pariteticamente ambiti contrapposti di destra e di sinistra. Molti non se ne sono mai interessati e rimane una sparuta minoranza a militare in organizzazioni e formazioni partitiche.
     Questi giovani non appaiono però particolarmente diversi dagli adulti. Anche gli adulti tendono sempre di più a reagire rifiutando, dando pagelle bassissime ai partiti, manifestando l’intenzione di non votare alle successive elezioni. Caduti da tempo i modelli ideologici e politici, prende rilievo la vita quotidiana e, nel suo ambito, una politica più disincantata, meno capace di coinvolgere emotivamente.
     Non si può evitare di pensare che questo rifiuto della politica da parte dei giovani, rifiuto testato anche nel contesto Teatino, sia determinato anche dalle considerazioni e dall’influenza degli adulti, dei familiari, non più visti in termini di contrapposizione contestativa, ma come supporto indispensabile, come valore insostituibile.
     Si potrebbe pensare che sia dunque davvero per la politica una crisi esiziale. Più probabilmente è forse ipotizzabile che si tratti soltanto di un momentaneo rifiuto dell’agone e dell’impegno politico — peraltro non appannaggio esclusivo dell’universo giovanile —, dovuto alle trasformazioni in atto nella nostra società.
     Si vivono mutamenti epocali che generano una strisciante sensazione di insicurezza individuale generalizzata, riferibile a una molteplicità di cause: alla visione più ampia, globale e congetturalmente incontrollabile, degli orizzonti dell’umanità tutta, dei suoi bisogni e dei modi per risolverli, della complessità delle dinamiche politiche, del diversificarsi delle relazioni umane, nonché delle transizioni istituzionali proprie della nostra attualità politica. Tutte variabili, come si può notare, che è ben difficile ridurre in dimensioni leggibili e interpretabili, se non cercando di analizzarle in ambiti più piccoli, ristretti, sebbene con il rischio di averne una visione frammentata.
     In tale contesto ottimamente si pone dunque l’indagine sociologica del nostro giovane studioso, che, con la finalità di sondare empiricamente la percezione della politica e dei politici da parte dei giovani nell’area Teatina, ne descrive i dettagli, mettendo in evidenza le componenti cognitive, comportamentali ed affettive dei loro rapporti e dei loro atteggiamenti (3).
     Ne scaturiscono un quadro chiaro e puntuale della situazione ed una chiave interpretativa forte, che diviene, in termini propositivi, impulso al risveglio dell’impegno politico e della coscienza critica nei giovani locali, incitamento per ognuno all’assunzione delle proprie responsabilità individuali in modo da scongiurare la definitiva fine della politica.

Gabriele Di Francesco
Docente di Sociologia dei Gruppi - Università “D’Annunzio” - Chieti


1) Corrado Barberis, La classe politica municipale, Angeli, Milano 1993; Cfr. anche Giulia Paola Di Nicola, Gli emarginati dalla politica, Solfanelli, Chieti 1985.
2) Luca Ricolfi, L’eclisse della politica, in Buzzi, Cavalli, De Lillo (a cura di), Giovani del nuovo secolo, Il Mulino, Bologna 2002.
3) Cfr. Patrizia Catellani, Psicologia politica, Il Mulino, Bologna 1997 e Rosanna Trentin (a cura di), Gli atteggiamenti sociali, Boringhieri, Torino 1991.