La relazione tra giovani e politica è ormai da tempo un
rapporto controverso, fatto di grandi slanci e di altrettanto
repentine inerzie e stasi regressive.
Alla stagione dell’impegno collettivo e dell’identità sociale,
sono seguite altre stagioni in cui si sono imposte le cosiddette
dinamiche del “riflusso”, il ritorno alla considerazione preminente
della sfera privata e soggettiva come centrali e talora
anzi esclusive della vita e delle relazioni umane. Dagli slogan
gridati in piazza e dalla considerazione che tutto era politica (il
privato è pubblico!), si era passati nell’arco di poco tempo alla
esclusione della politica dalla propria vita, alla rivalutazione
delle scelte individuali e della propria intimità.
Questo nonostante si fosse operata (1975) una vera e propria
rivoluzione culturale: la concessione della maggiore età ai
diciottenni e quindi la capacità di esercitare il diritto di voto.
Di fatto l’elettorato attivo e passivo aveva portato i giovani ad
acquisire almeno formalmente quella “parità politica” che essi
non avevano mai avuto fino a quel momento.
In un contesto tradizionalmente gerontocratico, i giovanissimi
avevano compiuto un decisivo passo verso l’affrancamento,
sembravano usciti, come faceva all’epoca rimarcare il Barberis
(1), da quella condizione di marginalità, di subalternità, che
ne avevano fatto, fino a quel momento, insieme con le donne,
una sorta di “proletariato di rincalzo” al servizio degli strati
professionali della società italiana. Ai quali ultimi era riservato
l’esercizio dell’arte politica, coronamento e corollario di una posizione
personale (economica, professionale, culturale) di rilievo,
acquisita saldamente, anche se raggiunta con molto impegno:
era la professione il vero trampolino per la politica.
L’apertura ai diciottenni sembrò dare nuovo slancio alla
partecipazione politica giovanile: da elettori si trasformarono
in candidati, furono eletti, presero posizione nell’ambito degli
organismi di gestione della cosa pubblica. Sembrava quasi che
avessero capito che potevano trasformare la politica in senso
professionale, un contesto infine dove far carriera, dove esercitare
la propria attività lavorativa.
È noto come di lì a poco tutto questo slancio si sia ridotto e
infine smorzato, ed anzi come si sia finito per deprecare proprio
quella connotazione professionale che per qualche anno è sembrata
essere la peculiarità della politica e che di fatto poteva
considerarsi il tratto distintivo dell’affrancamento giovanile
dall’egemonia gerontocratica in ambito politico.
Dopo questo primo eclatante exploit dei giovani nella vita
politica, si è avuto peraltro un regresso che si pensò di poter
mettere in relazione soprattutto con la contingente situazione
economica negativa, con il ritornato bisogno della ricerca urgente
di un’occupazione, di un posto di lavoro invece che di un
seggio politico. Altre variabili concorrenti, di uguale se non di
maggior peso, furono considerate il calo della militanza giovanile
all’interno dei partiti e la fine della fede nelle ideologie, in quegli
assoluti ideologici che avevano caratterizzato e condizionato
la vita giovanile nel corso di tutto il secolo, oltre che di quelli
immediatamente precedenti.
Se tale involuzione sia stata determinata dal disinteresse che
sempre segue le grandi fiammate di intensa dedizione politica,
oppure se sia stata originata da una sorta di eclissi valoriale,
oppure ancora dallo smarrimento degli obiettivi “politici”,
potrebbe comunque essere letta come perdita della fede nella
capacità della politica di risolvere i problemi, pubblici o privati
che siano; per i giovani forse come vera “fine della politica”.
A tale crollo, fa osservare Ricolfi commentando i dati relativi
alla politica nell’ultima indagine IARD sulla condizione giovanile
in Italia, «hanno contribuito due fattori: l’esaurimento della
stagione di Tangentopoli (che aveva riavvicinato alla politica
molte persone e fortemente rilegittimato l’impegno a destra),
sia la vittoria dell’Ulivo nelle elezioni politiche del 1996, con il
conseguente venir meno di molte attività di impegno pubblico
tradizionalmente gestite dall’opposizione di sinistra.» (2)
Qualunque ne sia il motivo, si tratta di una crisi che “interessa
l’insieme dei comportamenti e degli atteggiamenti
giovanili degli ultimi anni”. Di fatto l’interesse dei giovani per i
temi politici, nel lungo periodo, appare descrivere una costante
ma inarrestabile parabola discendente.
Dalle opinioni dei giovani la politica annoia, disgusta: certo
non è più il contesto in cui si può trovare un senso alla propria
esistenza. Meno del 50% dei giovani del resto si interessa di
politica, scegliendo peraltro pariteticamente ambiti contrapposti
di destra e di sinistra. Molti non se ne sono mai interessati e
rimane una sparuta minoranza a militare in organizzazioni e
formazioni partitiche.
Questi giovani non appaiono però particolarmente diversi
dagli adulti. Anche gli adulti tendono sempre di più a reagire
rifiutando, dando pagelle bassissime ai partiti, manifestando
l’intenzione di non votare alle successive elezioni. Caduti da
tempo i modelli ideologici e politici, prende rilievo la vita quotidiana
e, nel suo ambito, una politica più disincantata, meno
capace di coinvolgere emotivamente.
Non si può evitare di pensare che questo rifiuto della politica
da parte dei giovani, rifiuto testato anche nel contesto Teatino,
sia determinato anche dalle considerazioni e dall’influenza degli
adulti, dei familiari, non più visti in termini di contrapposizione
contestativa, ma come supporto indispensabile, come valore
insostituibile.
Si potrebbe pensare che sia dunque davvero per la politica
una crisi esiziale. Più probabilmente è forse ipotizzabile
che si tratti soltanto di un momentaneo rifiuto dell’agone e
dell’impegno politico — peraltro non appannaggio esclusivo
dell’universo giovanile —, dovuto alle trasformazioni in atto
nella nostra società.
Si vivono mutamenti epocali che generano una strisciante
sensazione di insicurezza individuale generalizzata, riferibile
a una molteplicità di cause: alla visione più ampia, globale e
congetturalmente incontrollabile, degli orizzonti dell’umanità
tutta, dei suoi bisogni e dei modi per risolverli, della complessità
delle dinamiche politiche, del diversificarsi delle relazioni
umane, nonché delle transizioni istituzionali proprie della nostra
attualità politica. Tutte variabili, come si può notare, che è ben
difficile ridurre in dimensioni leggibili e interpretabili, se non
cercando di analizzarle in ambiti più piccoli, ristretti, sebbene
con il rischio di averne una visione frammentata.
In tale contesto ottimamente si pone dunque l’indagine
sociologica del nostro giovane studioso, che, con la finalità di
sondare empiricamente la percezione della politica e dei politici
da parte dei giovani nell’area Teatina, ne descrive i dettagli,
mettendo in evidenza le componenti cognitive, comportamentali
ed affettive dei loro rapporti e dei loro atteggiamenti (3).
Ne scaturiscono un quadro chiaro e puntuale della situazione
ed una chiave interpretativa forte, che diviene, in termini
propositivi, impulso al risveglio dell’impegno politico e della
coscienza critica nei giovani locali, incitamento per ognuno
all’assunzione delle proprie responsabilità individuali in modo
da scongiurare la definitiva fine della politica.
Gabriele Di Francesco
Docente di Sociologia dei Gruppi - Università “D’Annunzio” - Chieti
1) Corrado Barberis, La classe politica municipale, Angeli, Milano 1993;
Cfr. anche Giulia Paola Di Nicola, Gli emarginati dalla politica, Solfanelli,
Chieti 1985.
2) Luca Ricolfi, L’eclisse della politica, in Buzzi, Cavalli, De Lillo (a cura
di), Giovani del nuovo secolo, Il Mulino, Bologna 2002.
3) Cfr. Patrizia Catellani, Psicologia politica, Il Mulino, Bologna 1997
e Rosanna Trentin (a cura di), Gli atteggiamenti sociali, Boringhieri, Torino
1991.