Bruno Fontana

Terra senza Tempo

Presentazione di Gianfranco de Turris

Tabula fati, Chieti 1997

 

Presentazione di Gianfranco de Turris

     Mi sono sempre chiesto che impressione farebbe ai lettori nati negli Anni Settanta, cioè fra i 16 e 26 anni, prendere fra le mani un romanzo di fantascienza che ormai si definisce “classico”: che so, le prime opere di van Vogt, Heinlein, Simak, Clarke, Brown, Russell, Wyndham, Bradbury, naturalmente le loro migliori, le oggettivamente migliori, e non quelle “datate” o quelle che nel ricordo di una nostra età più giovane ci appaiono come dei “capolavori”. Ce ne sono, naturalmente, soltanto che sono quasi tutte introvabili, non più stampate, travolte dalla marea montante della nuova e nuovissima fantascienza che — è normale ed ovvio — chiede spazio, chiede di essere tradotta.
     L’unico autore di quegli anni, di quella che com’è noto si definisce giustamente l’Età d’Oro della fantascienza, ad essere continuamente ristampato per qualche misterioso motivo (oltre quello commerciale) è Isaac Asimov: i romanzi del Buon Dottore, belli o brutti, splendidi o mediocri, sono sempre sulla cresta dell’onda, anche perché la sua operazione di collegare fra loro i vari cicli narrativi che lo avevano reso famoso negli Anni Quaranta e Cinquanta, non hanno allentato l’attenzione anche su quei primi (e migliori) romanzi. Ma a parte lui, ci sarebbero molti altri autori interessanti di quello stesso periodo, autori di una valida e concreta fantascienza, che meriterebbero di essere ricordati e ripresentati in buone e integrali traduzioni. Oltre ai “classici”, chi si ricorda ormai di Jerry Sohl, di Daniel Galouye, di H. Beam Piper, di J.T. McIntosh, solo per citare i primi nomi che mi ritornano alla memoria? E che impressione produrrebbero sugli adolescenti di oggi, forse abituati ad una science fiction più sofisticata letterariamente, più impegnata (almeno in apparenza) ideologicamente e moralmente, ma senza dubbio assai scarsa dal punto di vista del contenuto, con molto fumo e pochissimo arrosto?
     Queste sono le considerazioni che mi sono venute in mente leggendo i racconti di fantascienza, fantastici e dell’orrore, ma soprattutto i primi, che Bruno Fontana ha riunito in questa antologia: sedici storie che hanno tutto il sapore non solo di un “omaggio” alla science fiction degli Anni Cinquanta, ma di una vera e propria rivisitazione tutta personale di quei topoi, di quel “senso del meraviglioso”, di quello stupore, che tanto colpirono lui (e noi) leggendo la fantascienza della nostra giovinezza.
     Chi conosce la precedente antologia di racconti di Fontana (La Bestia del Fahuar, Solfanelli, 1991), si ricorderà come l’infanzia dell’autore — favolosamente e misteriosamente rievocata in quelle storie straordinarie — sia trascorsa in Tunisia, presso una famiglia di italiani emigrati che avevano realizzato un’azienda agricola, circondata da culture straniere, l’araba e la francese. Da qui anche un suo bilinguismo; da qui una prima conoscenza della science fiction americana attraverso le pubblicazioni francesi, soprattutto il famoso mensile Fiction, una volta stabilitosi a Aix-en-Provence; quindi in lingua originale durante il periodo trascorso in America. Quelle prime sensazioni sono rimaste talmente impresse in Bruno Fontana che egli ha sentito la necessità, l’impulso, diciamo pure il bisogno, di metterle sulla carta, una volta rientrato definitivamente in Italia, nel corso degli ultimi anni. Una manciata di storie in cui rivive quell’universo di sensazioni che fu la fantascienza degli Anni Cinquanta, resa con uno stile schietto e immediato, senza fronzoli, che va diritto al cuore del problema (e del lettore).
     Così i racconti fantascientifici di Fontana ricostruiscono tipiche situazioni, o presentano tipici personaggi, dell’Età d’Oro, con interessanti “variazioni sul tema” ed una tendenza alla introspezione psicologica, alla descrizione di un caso “eccezionale”, di un protagonista per lo più solitario, che conferiscono loro un tocco personale, con una predilezione al colpo di scena conclusivo, anch’esso tipico della science fiction di quegli anni: c’è, tanto per cominciare, l’immancabile viaggio nello spazio di durata secolare con il pilota che viene risvegliato e vive il dramma di esserlo stato troppo in anticipo (Spazio senza tempo) o di vedere tutto l’equipaggio massacrato da un ignoto antropofago (Orrore); c’è l’approdo al pianeta e l’angosciosa sorpresa di rendersi conto di non essere stati i primi (Orme sul pianeta rosso) o di trovarvi la dimora definitiva di qualcuno di cui mai si sospetterebbe la presenza (L’ultimo pianeta); ci sono i viaggi nel tempo (Il messaggio venuto dal futuro) o in cui il tempo gioca brutti e inaspettati scherzi (La notte sfuggita dalle pieghe del tempo, Il terzo millennio); c’è la fine del mondo che più classica non si può: la Terra minacciata da un asteroide con fuga (quasi) generale (L’ultimo amore sul pianeta Terra); ci sono i robot, i cyborg e il loro rapporto — drammatico, esasperato — con l’essere umano (I muscoli meccanici e il fondista solitario); e ci sono naturalmente gli extraterrestri: in un racconto “alla Brown” che rivela inaspettate sorprese (Il mostro), in una descrizione di società totalmente aliena (Incontro nuziale), in una vicenda dai contorni religiosi (La missione).
     I debiti sono ammessi, non c’è problema: verso Asimov, Clarke, Bradbury, Brown, Matheson, Wyndham (c’è addirittura un personaggio che si chiama così...), la fantascienza che ci ha appassionati, che ci ha (come dire?) formati, e ci ha insegnato ad amarla. Fontana ne prende i cliché e li riadatta alle circostanze e alla sua sensibilità, e ce li offre in un mondo, quello degli Anni Novanta, che sembra un po’ averla dimenticata, magari un po’ disprezzata, tralasciando il particolare che, se essa non ci fosse stata, non esisterebbero le basi teoriche e pratiche per scrivere quella che oggi va per la maggiore. Dimenticando anche che, bene o male, passata la sbornia della “novità” ad ogni costo, alla fin fine si ritorna sempre un pochino alle origini...
     Anche le storie fantastiche e dell’orrore sono occasione per Bruno Fontana di rivisitare altrettanti topoi del “genere”: dal simbolismo buzzatiano della morte (Il treno dai finestrini chiusi), all’atmosfera cimiteriale più di Lovecraft che di Poe (Requiescant in pace), all’ambientazione nostrana de La notte dei morti viventi di Romero (Vivono e poi muoiono e poi), una delle migliori cose di questa antologia.
     Tutto divertissement, tutto disimpegno, tutta atmosfera retro? Direi proprio di no: le apparenze ingannano. Guardando al di là di esse, i problemi che Bruno Fontana espone con le fattezze di buona, vecchia fantascienza, o di buon, vecchio orrore, sono tanti: quello della solitudine dell’uomo di fronte al cosmo e ai suoi simili (Spazio senza tempo, Orrore, L’ultimo amore sul pianeta Terra), quello del rapporto con la macchina e la disumanizzazione delle attività umane (I muscoli meccanici e il fondista solitario), quello dell’alienazione (La notte sfuggita dalle pieghe del tempo), quello della diversità e della sua accettazione o meno (Il mostro), quello dell’inconsapevolezza dello sfruttamento altrui (Incontro nuziale), quello della morte e del dopo-morte (Il treno dai finestrini chiusi, Requiescant in pace), quello dell’aborto (Il tunnel, anch’essa una storia molto bella e angosciosa, di per sé inclassificabile), quello della religione e del rapporto uomo/dio (La missione, L’ultimo pianeta).
     Non mi sembra poco. Non mi sembra affatto poco, per un autore che così ha voluto rendere un semplice omaggio alla letteratura che ha accompagnato la sua giovinezza, e che come tale lo presenta ai lettori degli Anni Novanta con la speranza e l’augurio che possano apprezzarla anche se per interposta persona, in attesa di prendere finalmente visione di quei mitici “classici”.
     È un augurio cui mi associo di tutto cuore.

Gianfranco de Turris