Quel movimento d’avanguardia sorto e costituitosi dopo un convegno a Palermo nel 1963, e meglio noto ai critici sotto il nome di Gruppo ’63, comprendeva scrittori, critici e poeti accomunati dalla ricerca di nuove forme espressive, lontane dai canoni tradizionali, che trapassò ben presto dalla narrativa alle arti figurative. Tra gli storici fondatori del Gruppo ’63 figuravano personalità di grande rilievo come Umberto Eco, Edoardo Sanguineti, Luciano Anceschi, Renato Barilli.
Vicino a questi grandi nomi è stato per molti anni anche Lucio La Penna, che proprio in quel tempo, per motivi di lavoro, faceva la spola tra le provincie siciliane di Enna e Agrigento e il Meridione d’Italia. Della ricerca espressiva, obiettivo primario del Gruppo ’63, egli ha fatto il canone guida della sua esperienza artistica, conducendo per molti anni una sperimentazione linguistica, concretatasi in numerosi raccolte di racconti e in sillogi poetiche.
Questo suo Nueva York a Biella, scritto in quegli anni ma di un’attualità per certi versi sorprendente, è solo apparentemente un romanzo: il lettore che si aspettasse una regolare trama, o dei personaggi che agiscono e interagiscono tra di loro come ci ha abituato la grande tradizione ottocentesca, rimarrà certamente perplesso. Si tratta infatti di un lavoro sperimentale nel senso più stretto e proprio del termine: i personaggi, che pure esistono nel suo lavoro narrativo, agiscono solo in senso mentale, tramite le ripercussioni psicologiche che una singola, emblematica vicenda riesce a causare in loro. E queste vicende, sparse in modo simbolico all’interno della tessitura romanzesca, quasi vere e proprie occasioni montaliane, sono solo il punto di partenza per lunghi itinerari mentali, dove ricordi, assonanze, rimandi, coincidenze vanno ad assemblarsi in un messaggio ulteriore, quasi metafisico, che tutto sovrasta e riassume al tempo stesso.
Già nel titolo il romanzo indica una continuità geografica e mentale, inavvertita sulle prime e rintracciabile solo ad un’approfondita lettura, che i capitoli finali espliciteranno e concreteranno, ancorando saldamente ai fatti reali della nostra storia contemporanea le riflessioni dell’autore, che strumentalizza i suoi personaggi ad una ricerca che non è più e non solo espressiva, di destrutturazione dei moduli narrativi codificati, ma anche e soprattutto psicologica, religiosa, morale nel senso più ampio e completo del termine.
Simile per molti versi, nei suoi diversificati incipit narrativi, a quel lavoro squisitamente sperimentale che nel panorama italiano è stato Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino, il Nueva York a Biella, che nelle eponime connotazioni geografiche trova il suo filo conduttore, ripropone, con moduli espressivi di grande originalità, tutte le problematiche connesse e attinenti l’estraniazione, o meglio l’assoluto disorientamento, dell’uomo moderno, che nel dilagare onnicomprensivo del chiacchiericcio dei mass media non riesce, fino a che si ferma solo alla lettera degli avvenimenti e non alle implicite conseguenze ad essi inerenti, né a dare un senso reale alla propria vita, né a sentirsi veramente uomo tra gli uomini, né a proporsi concretamente di aiutare i suoi simili, non soltanto con i bei paroloni, ma soprattutto con i fatti e con le azioni.
Quelli che in un romanzo tradizionale sarebbero stati soltanto dei lunghi ponti descrittivi, o monologhi più o meno ideologizzati dettati dall’autore al protagonista, nel Nuova York a Biella di La Penna divengono quasi dei sogni ad occhi aperti, suggestivi vagabondaggi storico-geografici, che trascinano il sognatore di riflessione in riflessione sino al messaggio finale, morale e religioso ad un tempo, dove anche la figura di Cristo risulta arricchita nella sua decodificazione dai cliché imposti dai mass media, che lo hanno ridotto a fenomeno di consumo, pubblicitario, da film o da videocassette.
Ogni figura del lavoro narrativo di La Penna è fortemente strutturata e stratificata: così il protagonista dei primi capitoli, un impiegato americano che si è proposto di aiutare i giovani delinquenti dei sobborghi, così il giovane innamorato di una commessa “biellese-calabrese-albanese”, coacervo di stirpi che solo un’indagine superficiale può credere assolutamente diverse tra di loro, e legata al suo giovane amico da legami ancestrali che verranno in luce solo nei momenti finali del romanzo, e più per accenni sparsi, visibili solo ad un occhio attento, che non per le esplicite agnizioni tipiche della narrativa tradizionale.
Anche le storiche e continue tragedie del mondo albanese, oggi più che mai attuali, vengono ricuperate dall’autore in un’ottica sovranazionale e sovrastorica, all’interno di una teorizzazione cosmica della fratellanza umana che prevede anche il recupero dei drogati tramite un reinserimento nel sociale più concreto e reale di quello attuato dalle comunità alla San Patrignano, e che passa attraverso la rivalorizzazione del drogato quale possibile aiuto per chi, forse, sta ancor peggio di lui, come appunto gli albanesi, ma anche per i tanti uomini di colore ridotti a “tergicristalli umani” nelle grandi metropoli.
I drogati “si salvano soltanto se si sentono valorizzati, se si sentono importanti; altrimenti rischiano di diventare nuovi tipi di schiavi”: su queste parole pronunciate da una vecchia zia cieca, confinata da sempre in un paesino di provincia, una cieca “obiettiva” proprio perché cieca da sempre, si chiude Nueva York a Biella di La Penna: un monito, certo, ad un nuovo modo di intendere la missione morale che spetta ad ogni uomo, ad una fratellanza non blaterata ma realmente vissuta, ad un cristianesimo rinnovato, teso a riappropriarsi dei suoi più autentici valori spirituali.