Benedetto Marinuzzi

Uomini, Bestie, Dèi

Presentazione di Giuliana Cutore

Tabula fati, Chieti 1997

 

Presentazione di Giuliana Cutore

     La vita di tutti i giorni, con le sue piccole disavventure, i suoi “parenti terribili”, con le notizie di cronaca e le domeniche segnate dai goal o dalle sconfitte della squadra del cuore, può talvolta costituire un fertilissimo humus per quei narratori che, abbandonate le disadorne e sciatte forme del minimalismo all’americana, vogliono comunque trarre dall’attualità la loro materia, i loro argomenti, riesprimendoli magari in forme volta a volta comiche, grottesche, surreali o sottilmente ironiche.
     È questo a nostro avviso l’intento di Benedetto Marinuzzi e della sua breve raccolta narrativa. Le storie di Marinuzzi sono spaccati di vita quotidiana, dove la banalità talvolta comica della vita di tutti i giorni in un piccolo paese viene resa pregnante, quasi simbolica, dallo stile personalissimo ed originale dell’autore.
     Apre la raccolta un racconto veramente divertente, La capra, dove la voluta alternanza linguistica, concretantesi nelle sineddoche, tra l’animale e la sua annosa età, grazie alla quale la capra viene indicata sia come “la vecchia capra”, sia come “la vecchia” tout court, crea un vortice comico che accompagna con grande effetto narrativo le vicende del protagonista alle prese con una stranissima innamorata. E questa alternanza linguistica rimanda soprattutto allo stile di Marinuzzi, e al suo interessante uso del linguaggio parlato, che risente in modo notevole, pur se filtratamente, del linguaggio crudo e immediato del Charles Bukowski di Post Office.
     Si tratta tuttavia di racconti “colti”, creati da un narratore con un notevole bagaglio culturale, che qua e là si colora di esplicite citazioni e rimandi intertestuali: ed ecco Jean-Paul Sartre, ma anche il nostro Luigi Pirandello e il Moravia de La noia, silenziosamente presente quest’ultimo nel racconto Il suicida, dove il protagonista viene salvato in extremis da uno sciancato che in paese passa per mezzo matto, ma che in realtà è solo un po’ filosofo.
     E questo personaggio rimanda ad un’altra costante dei racconti di Marinuzzi: la saggezza che si annida nei tipi “strambi”, e che tali sono a ben vedere solo per il bieco formalismo borghese e per i suoi pseudovalori. È il caso del protagonista de I randagi, la cui originalissima e antropoformica cinofilia, che si spinge sino a stabilire una gerarchia politica e sociale per i cani randagi, lo farà passare per matto al punto che i suoi genitori non troveranno di meglio che fargli trovare per casa uno “strizzacervelli” che lo riporti alla realtà del “lavoro” borghese e della ricerca del “posto” a tutti i costi.
     Lo stesso antropomorfismo animalistico trova la sua maggiore e migliore esaltazione nell’amara satira sul divino de Il malinteso, dove l’epifania divina rivela al protagonista che gli uomini non sono il fine ultimo della creazione e che, per dirla con Feuerbach, si sono veramente costruiti un dio a loro immagine e somiglianza, che purtroppo però non coincide con quello reale, che ha eletto ben altre creature a fine ultimo della creazione.
     Ma sul versante della vita quotidiana, al di là del grottesco e del simbolico, Marinuzzi non risparmia i suoi comici strali nemmeno ai due mostri sacri dell’italiano medio: il calcio e la politica.
     Ne Il fuoriclasse, la satira contro il mondo calcistico si fa violenta e devastante, nel confronto tra il campione comprato a peso d’oro da una società e il povero “brocco” abbandonato da tutti, che si rivelerà superiore al fuoriclasse al punto da mettere in crisi presidente, allenatore e gli stessi compagni di squadra. E tutto il mondo di mediocri che ruota attorno al pallone, ignoranti e lecchini giornalisti sportivi in testa, viene posto in ridicolo all’interno di una vicenda emblematica (ma non poi tanto lontana dalla realtà), dove l’unico raggio umano è costituito dalle lettere di un bambino malato al povero “brocco” divenuto improvvisamente più campione del fuoriclasse.
     Quanto alla politica, Marinuzzi le dedica due racconti, ispirati rispettivamente all’evento bellico e all’aspetto secessionistico: il primo, La guerra, è una satira grottesca della guerra e delle relazioni fra Stati, dove lo storico “rovesciamento delle alleanze” operato dal ministro austriaco Kaunitz si svilisce in un delirio di accorpamenti e convergenze tra blocchi in nome di una guerra idiota e ridicola combattuta senza un motivo reale e frutto soltanto della verbosa follia dei governanti.
     Il secondo invece, Il treno, molto più vicino ai fatterelli di casa nostra e ai deliri autoctoni di stampo “lumbard”, narra di un paese che un bel giorno si sveglia spaccato in due a causa di un treno merci che si è guastato, fermandosi nel bel mezzo dei binari. Da questo caso fortuito nasce una geremiade di rivendicazioni nordiste e sudiste di leghistica memoria, che solo la provvidenziale, pur se tardiva rimozione del treno, grazie al suggerimento dell’immancabile “pazzo” dotato del buonsenso che manca al sindaco e a tutta la giunta comunale, riuscirà a mettere quantomeno a tacere.
     Racconto particolarmente interessante quest’ultimo, che per certi versi sembrerebbe uscito dalla penna di un Guareschi, e che ben potrebbe figurare nel suo Mondo piccolo: un racconto segnato, nelle stesse parole dell’autore, dalla “stupidità” che “assurge a sistema” visto che, se è vero che per unire gli uomini ci vogliono tempo, sacrifici e sofferenza, per dividerli basta “poco, quasi nulla”, anche solo un emblematico treno fermo in mezzo ad una stazione.

Giuliana Cutore