In una recente intervista Arturo Perez-Reverte, lo scrittore spagnolo oggi più letto nel mondo, ha sostenuto la necessità della riscoperta dell’“arte del romanzo”; arte in parte perduta, o per lo meno lungamente dimenticata in un’Europa che si è chiusa nelle angustie del minimalismo, abbandonando completamente il terreno — e soprattutto i lettori — alla colonizzazione della narrativa commerciale angloamericana, la cui “industria” è costantemente capace di sfornare bestseller destinati al grande pubblico.
L’accenno, ovviamente, era riferito alla querelle che dilania la critica continentale da almeno quarant’anni, che si è venuta via via accentuando nell’ultimo decennio del secolo e che vede da un lato schierati gli apologeti dell’anti-romanzo, i sostenitori del minimalismo narrativo, dello psicologismo senza storia... dall’altro coloro che rimpiangono, invece, il romanzo di struttura tradizionale, la costruzione solida degli intrecci, il disegno a tutto tondo dei personaggi.
Che è poi, a ben vedere, il romanzo tout court, quello nato nel ’600 barocco e sviluppatosi poi sino a trovare nell’800 europeo il suo apogeo, e quindi nel ’900 la sua crisi, dovuta anche e soprattutto alla necessità di sperimentare nuovi linguaggi, sovente contrastanti con le ragioni della narrativa pura.
Comunque oggi di ritorno al romanzo tradizionale molto si parla, vuoi per stanchezza di uno sperimentalismo sempre più sterile e lambiccato, vuoi per l’esigenza di ritrovare nella pagina scritta quella fascinazione che fa perdere il senso del tempo e rapisce il lettore, coinvolgendolo nella storia e facendogli vivere le vicende dei personaggi, provare le loro emozioni.
Quando un romanzo ci dà questo, è un romanzo felice, riuscito. Non è necessario chiedergli altro. È un romanzo che resterà nella nostra memoria e che lascerà tracce di sé nel nostro mondo emozionale. Purtroppo si tratta di un’esperienza oggi rara, ché ben difficile è incontrare romanzi nei quali sia possibile trovare coniugata la qualità della scrittura con le esigenze dell’architettura narrativa, senza le quali o si cade nella noia, o si affonda nella più vieta “letteratura” commerciale di massa.
È, dunque, in primo luogo per questo che Una donna tra due divise di Gabriele Tristano Oppo si segnala come opera dalla cifra originale nell’attuale panorama narrativo italiano: perché è un romanzo, nel vero senso del termine. Un romanzo, intendo, dalla solida architettura, costruito su un intreccio che si dipana con coerenza e senza mai sfrangiarsi pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo; e con personaggi, protagonisti e comparse, vivi, forti, reali. Reali, e tuttavia non figli del “realismo”, non creature scialbe e piatte, quei fantasmi ad una dimensione cui siamo, purtroppo, avvezzi, figli più dell’ideologia che dell’arte; al contrario i personaggi del romanzo di Oppo balzano fuori dalle pagine fatti di carne e sangue, di emozioni forti e di sentimenti sfumati, di contraddizioni anche... ché le contraddizioni sono parte della vita, parte integrante, e se un libro osa e sa raccontare la vita non può eluderle. Non può sfuggirle.
E questo è un romanzo che racconta, appunto la vita.. Non quella dei protagonisti soltanto, Armando, Karl Albert e soprattutto Rita — personaggio femminile di rara forza ed intensità, il cui disegno rivela una notevole capacità di indagine dell’universo interiore della donna —; e neppure solo quelle delle molte figure collaterali, disegnate sempre con felice abilità artigiana — ma di quell’alto artigianato che si impara sulle pagine del Manzoni, sull’Azzeccagarbugli e sul Sarto, per fare solo degli esempi...
Piuttosto una moltitudine di vite... La vita di un intero popolo, di un’intera nazione in un frangente drammatico della sua storia. Perché quello di Oppo è un romanzo storico e, per di più, ambientato in piena seconda Guerra Mondiale, negli anni cruciali che videro la crisi della nazione italiana e della sua identità. Gli anni della guerra perduta, dei bombardamenti, della crisi morale... e poi dell’occupazione straniera, della guerra civile... Anni di passioni e di odi, di coscienze dilaniate e di dignità perdute per sempre o faticosamente difese fino alla morte.
Anni difficili da raccontare. Soprattutto da raccontare “sine ira et studio”, con quella distanza interiore che non esclude, anzi richiede con forza la partecipazione emozionale, ma che lascia spazio per far sì che ogni personaggio sia autentico e vivo, ed ogni personaggio abbia la sua storia e segua il suo destino. La distanza interiore del narratore, insomma, così diversa da quella più fredda che è — o dovrebbe essere — dello storico. Una distanza che Oppo ha e riesce sempre a mantenere, evitando così che il romanzo scada nella memorialistica o nell’invettiva politica; cosa non facile, visto che si tratta di materia ancora calda, magmatica, che brucia nelle coscienze e nelle memorie. Una donna tra due divise è dunque al tempo stesso il racconto di una storia e di più storie, romanzo di personaggi e romanzo corale.
La storia del medico militare Armando, dalle origini oscure, di Rita, la ragazza sarda proiettata dal destino in una Firenze sconvolta dalla guerra e dall’occupazione tedesca, e di Karl Albert, il colto, tormentato capitano delle SS, si svolge infatti sullo sfondo della storia dell’Italia di quegli anni.
Anni cruciali non per i protagonisti soltanto, ma per tutto un popolo che si trova costretto a fare i conti col suo passato e a contemplare un futuro incerto, nel quale rischia di perdere le sue stesse ragioni di essere. Un periodo storico che l’autore ricostruisce con tratti rapidi, ma mai sommariamente, lasciando anzi di continuo intravedere una documentazione attenta e soprattutto — cosa che maggiormente importa — un lungo lavoro di riflessione. Che lo porta, tra l’altro, a dare voce, per bocca di personaggi e mai in modo astrattamente apodittico, allo scoramento di una nazione, alla confusione che regnava in certi momenti, al senso di straniamento ed angoscia che all’improvviso s’impossessò di un’intera generazione. E che gli permette inoltre di rendere più vera e drammatica tutta la vicenda, che a tratti vede subentrare ai colori del dramma individuale le tinte più intense e vivide del racconto epico.
Epos in tono minore, certo, che qui non vi è la pretesa della grande saga coinvolgente protagonisti della Storia col la maiuscola — come, per fare un esempio famoso, in Guerra e ricordo di Herman Wouk — ... e tuttavia èpos, fatto di storie di soldati e donne, di ufficiali e di civili, di prostitute e di sfollati.
Storie che intrecciano e si innestano le une sulle altre, grazie anche alla particolarissima tecnica narrativa a più voci adottata dall’autore. Tecnica polifonica, che dimostra un’indubbia padronanza del mezzo espressivo e una capacità di variare la scrittura, che passa improvvisamente dalla narrazione in prima persona a quella in terza, e poi, in un altro capitolo ritorna a parlare per voce di altro personaggio ancora. Con inserti, per di più, di racconti fatti da altri personaggi, sovente figure fugaci che appaiono nel corpo del romanzo con il solo scopo di narrare una storia, un episodio... arte di novellare tutta italiana e, oserei dire, toscana, che ci riporta alle origini stesse della nostra prosa, alle affabulazioni dei trecentisti come specchio di una vasta commedia umana. Tecnica che dimostra, se mai ve ne fosse bisogno, come sia sempre possibile coniugare qualità della scrittura — ed anche sperimentazione stilistica — con l’impianto tradizionale del romanzo.
Una donna tra due divise è dunque un romanzo affresco, giocato tra l’altro sul contrasto — sempre presente e sempre rievocato — tra Firenze da un lato, la città tormentata dalle passioni e devastata dalla guerra civile, ed una Sardegna ancora arcaica, ove gli echi della Storia giungono lontani, dolenti, ma ovattati.
Una Sardegna ove tutto inizia e tutto ha fine; ove i nodi della storia, anzi delle storie dei diversi personaggi finalmente, nelle ultime pagine, si dipanano. Lasciando nel lettore un’impressione di pienezza ed un velo di malinconia. La malinconia che sempre resta quando un libro avvincente giunge alla sua conclusione. Quando i personaggi, che sono diventati un po’ parte di noi, ci abbandonano per svanire al di là della pagina scritta.