Nell’antica Grecia la týche indicava l’ineluttabilità di ciò che in seguito i Romani chiameranno fatum, “ciò che è detto”. Dove gli accadimenti vengono incontro all’uomo indipendentemente da come si muova ma per ciò che egli è: spesso forte, superbo delle proprie capacità, cieco davanti a quelle che sono le sue fragilità; come nel caso di Icaro nel suo folle volo, metafora del desiderio di conoscenza che spinge l’eroe a superare i limiti umani e a sfidare la divinità.
Il destino, il fato, oggi è — più prosaicamente e materialisticamente — l’insieme di tutti gli eventi inevitabili che accadono su una linea temporale.
Se ciascuno di noi agisce come in una corrente che lo porta in una certa direzione, vi è sempre una possibilità che il caso scompigli questo piano facendo sì che i sopraggiunti eventi casuali ridisegnino ciascun progetto di vita.
Agli occhi dell’essere umano — per il quale i concetti di “ordine” e “fini” sono diventati, per irrigidimento psicologico e culturale, un’esigenza della quale è difficile sbarazzarsi — i concetti di fortuna, destino, casualità, fatalità, nel momento in cui si realizzano nella vita pratica come effetto di cause sconnesse e potenziali modificatori di strutture e leggi, rivestono un grande impatto esistentivo poiché imprimono una direzione e disegnano il corso della nostra vita. Fatale appuntamento a Parigi di Gabriele Tristano Oppo è costruito proprio su questo asserto: il caso è quel giocoliere che si diverte a prenderci in giro, mettendo insieme tutte quelle cause che dovrebbero deterministicamente o provvidenzialmente restare separate e che invece si sovrappongono, rompendo l’uniformità fattuale.
L’evento di rottura è una tragedia dell’aria realmente avvenuta: la caduta, il 25 luglio 2000, di un Concorde appena decollato nei pressi dell’aeroporto Charles De Gaulle di Parigi.
Interessante il gioco sulla dimensione temporale che gli avvenimenti assumono nel discorso narrativo. Nella prima parte la tragedia è rimandata, il ritmo del racconto sospeso, per inserire, come in un fine e articolato mosaico, i vari, ignari tasselli di vita; il destino appare fonte di ironia tragica: i personaggi agiscono senza poter immaginare la propria sorte, di cui però i lettori sono progressivamente messi al corrente. La seconda parte contiene attraverso la focalizzazione interna multipla gli ultimi istanti di vita dei passeggeri, delle vittime di terra e dei fortunosamente scampati. La terza ricostruisce l’andamento dei giorni seguenti, tra dolore dei congiunti e gioia dei sopravvissuti... perché così “vuole la vita”.
La storia ufficiale, di cui sono portavoce radio, televisione e giornali, viene ricostruita da un’angolazione particolare, nei suoi riflessi privati, dall’interno di molteplici, semplici giornate di vita quotidiana, di gente comune.
Il romanzo è dotato di una regia complessa e stratificata, capace di render conto di una pluralità polifonica di punti di vista, mentre il narratore assume una prospettiva capace di interpretare e giudicare i fatti, seppur apparentemente del tutto oggettiva.
Attraverso il ricorso alla polifonia, realisticamente viene rappresentato l’intreccio di voci, toni, linguaggi, culture e ideologie tipico della contemporaneità e ci viene restituita un’immagine della “storia” più completa e diciamo pure più veritiera: al di là della tragedia, ritratta senza alcun compiacimento morboso ma con umana, pietosa partecipazione, vengono affrontati temi come l’eterna fascinazione umana per il volo, l’adolescenza, i giovani e la morte, il corpo, la sessualità e l’amore, l’interesse economico.
Non c’è realtà, nemmeno la più dura e crudele, per la quale l’artista non possa chiedersi come venga sentita, vissuta, immaginata; non c’è sentimento per il quale non ci si possa domandare come si esprima, come venga considerato, come venga soddisfatto.
Sullo sfondo campeggia una Parigi ritratta naturalisticamente (“la vecchia Parigi di Maupassant, Balzac o Zola”) in due diverse tonalità espressive: un registro lirico-simbolico e uno più comico-caricaturale attraverso descrizioni mai puramente decorative, ma funzionali e conoscitive, nel senso che concorrono a fornire una chiave interpretativa di situazioni e vicende. La città, insomma, riassume in sé il contrasto tra la modernità (rappresentata dai problemi del progresso e della vita metropolitana) e il mondo naturale, ciclico o premoderno (l’aria, l’alba, la Senna). Tuttavia se ne promuove un’immagine diversa da quella convulsa, anonima e angosciante dell’inferno cittadino. La Parigi raccontata nei vari momenti della giornata, come un organismo umano, comunica un senso di intensa vitalità e partecipazione. Non è idealizzata, né colta nei suoi aspetti più folclorici. È connotata da scene quotidiane, oggetti ordinari, masse anonime e semplici: “l’anima che più conta”.