Gabriele Tristano Oppo

Il rischio di amare

Presentazione di Fabrizia Fabbroni

Tabula fati, Chieti 1998

 

Presentazione di Fabrizia Fabbroni

     Nell’affrontare la lettura de Il rischio di amare di Gabriele Tristano Oppo, ogni impegno critico viene sostituito, sin dalle prime pagine, dal desiderio di lasciarsi andare alla deliziosa presa del racconto.
     Ciò, del resto, si verifica anche per Poker di donne (Tabula Fati, Chieti 1997) e per altri scritti dello stesso autore, ad esclusione delle poesie che immediatamente si offrono ad una lettura che sappia distillarle. E quindi, mentre con un leggero senso di colpa che sottilmente esaltava il piacere della trasgressione mi lasciavo andare alla lettura vorace, mi dicevo che per Oppo questo “rischio di amare” poteva trasformarsi in un “rischio di scrivere”.
     Infatti il suo raffinato lavoro di cesello scrittorio, unito all’apparente semplicità del porgere la materia, può generare il pericolo che il fruitore legga, perlappunto, la sua opera d’un fiato, come godendo di una bella inaspettata vacanza per poi, alla fine, chiuso e riposto il volume, non pensarci più.
     Ma Oppo è autore che, dopo una prima escursione fra le pagine che porge, merita di essere rivisitato: sono i profili di uomini e ambienti, i chiaroscuri, le composizioni, la materia, le strutture, le architetture e persino le cornici che, nella sua produzione letteraria, richiedono una degustazione attenta.
     È per tal motivo che si giustifica questa presentazione, stesa col solo intento di farne una specie di guida alla rivisitazione: ché altrimenti l’opera si presenterebbe egregiamente da sola.
     Dunque. Afferma un musicologo, amatore dei cavalli da corsa, giornalista e scrittore di vaglia, che quanto gli interessa maggiormente di un romanzo è architettura e andamento.
     Non devo certo qui dimostrare, ma soltanto indicare — se mai ce ne fosse bisogno —, quale complessa architettura regga questo romanzo. L’andamento poi regola la durata e l’altezza degli interventi in primo piano o di sottofondo, nonché della voce dei vari strumenti, alternati o abbinati in ritmo incalzante, resa plausibile da un’abile orchestrazione.
     In contemporanea si snodano due storie. Muovendo da un preludio leggero-quasi frivolo, in armonia con la situazione disimpegnata della vacanza, gli eventi si amplificano in un cosciente-riflesso provocato dall’avventura, per sfociare quindi nell’audace-variabile dell’imprevisto fino al ritorno sommesso su cui cala il sipario. Così l’andamento.
     La doppia coppia, che par quasi giocare una partita a scacchi a quattro mani, s’innesta nei grandi temi d’attualità: la Malattia, quella quasi innominabile dei nostri tempi, e la Guerra, quella che maggiormente ci ha allarmati perché geograficamente troppo vicina a noi.
     Questa l’architettura, la cui chiave di volta è da ricercarsi giustamente a metà dell’opera, laddove il clou della vicenda si rivela nel nodo delle coincidenze intrecciate, convergenti e speculari delle due storie a doppio: il tradimento incrociato e contemporaneo rende quel nodo immediatamente identificabile.
     Il tema di una delle due protagoniste, Dory , “... era maledettamente scontenta e non riusciva a capire se lo fosse perché non si sentiva più amata o non piuttosto perché si accorgeva di non essere più capace di amare ...”, è presente in ogni riga, ed è quello che conferisce compattezza e singolare coerenza al romanzo: dovrà riconoscerlo anche quel lettore che vorrebbe andamento e finale diversi.
     Del resto già il titolo aveva parlato chiaro e ben a ragione lo stesso tema viene ridisegnato per bocca dell’altra donna, la più chic, Danielle, che forse rappresenta l’anima in senso junghiano dell’Autore. Quel laconico “... Amore è una parola a rischio ...” messo là, circa ai tre quarti dell’opera, è il motivo che tutta l’abbraccia dall’inizio alla fine, l’avvertimento cortese ma fermo: come se l’Autore avesse desiderato suggerire e ribadire la propria regola del gioco o quantomeno del gioco che regola la “sua” storia. D’altra parte, la maestria di Oppo sta anche nel “fingere” una partecipazione che puntualmente coinvolge chi legge, portandolo dentro la finzione del romanzo, sul filo-ritmo dell’ineluttabile trascorrere dei fatti. Ma in realtà è lui che governa sempre la situazione, da Demiurgo deciso e distaccato, persino un po’ irridente.
     La partita la si potrebbe così dire un gioco a sei, in cui quello fra autore e lettore è certamente il più sottile. Anche perché Oppo, da astuto partner, profitta di ogni occasione per rivelarsi Amante-Amore della propria opera e crea tutti gli incantesimi di rito per sedurre, insieme al lettore, la stessa sostanza del suo romanzo.
     Così si dichiara, per fare un esempio, anche con la bella disquisizione tra Stefano e Danielle sull’arte barocca in cui, quasi con amorosi sensi, porge i due punti di vista dell’eterno binomio uomo-donna, che tutti gli altri comprende. In quel breve dialogo simbolico, ego e alter (continente e isola, sicurezza e rischio, passato e presente) attraverso l’uomo e la donna vengono a confronto e si corteggiano ma, saturi ognuno della propria verità, rischiano in fondo di non incontrarsi mai.
     È come se lo scrittore, qui come altrove fattosi pittore, abbia voluto imprimere la propria firma nella cornice del quadro o piuttosto camuffare e rivelare insieme le proprie intenzioni fra le pieghe gotiche della sua Madonna più bella.
     È necessario soffermarsi fra quelle pieghe per gustare la poesia fatta di immagini e di sensazioni, per vedere l’abilità intesa a condurre anime verso l’introspezione o per cogliere il desiderio di buono nelle descrizioni di certi mali che affliggono il nostro tempo: il tutto, fra misura e disincanto, sempre con distacco.
     Le lettere di Stefano a Danielle riportano ognuno di questi ingredienti giacché porgono insieme sentimento, poesia, esposizione dei fatti. Qui il mestiere di reporter pare innestarsi significativamente in quello del medico (l’autore è medico, come l’altro protagonista maschile, Marco, marito di Danielle): nell’analisi lucidissima del dramma della guerra che opprime una parte dell’umanità e del male altrettanto drammatico della cattiva informazione che, al pari della cattiva medicina, produce effetti quantomeno indesiderati, le professioni del reporter e del medico si incrociano e si incontrano nel principio della responsabilità e si innestano con verità in quella dello scrittore. In questo caso egli si esprime servendosi delle lettere di Stefano nelle quali riflette e conclude il proprio rapporto diretto e convergente con ambedue i protagonisti maschili del suo romanzo.
     Il discorso si farebbe troppo lungo se solo volessimo, benché poco, approfondire l’aspetto dell’etica perché ci porterebbe inevitabilmente a sconfinare oltre i contenuti dell’opera in questione. Penso pertanto che sia opportuno demandare al lettore il compito di rilevare la “morale della favola”.
     Non posso però esimermi dall’indicare, almeno in parte, l’estetica.
     Mi si conceda quindi di sottolineare la bellezza di certe descrizioni marine e terrestri, modulate in alternanze anch’esse di tipo musicale, in pieno sincronismo col procedere delle storie.
     Paesaggi maltesi immersi nella luce afosa e accecante dell’agosto più mediterraneo, dipinti quasi “a macchia”, si alternano a delineazioni concave di una Milano estiva, noiosa, eppure “estranea, pericolosa, disperata”, il tutto trapunto di rare memorie parigine nonché di accennate luminescenze lacustri: simmetrie ritmiche e pittoriche, oltre che geografiche, irregolari, in piena corrispondenza con gli animi dei quattro protagonisti.
     In questa buona orchestrazione di elementi diversi, dicevamo, il lettore non ha tregua e viene costantemente incalzato alla lettura. Man mano che si procede, staccarsi da Il rischio di amare diviene sempre più difficile e il farlo significa pregustare il piacere di riprenderlo, come per recarsi ad un appuntamento atteso e segreto.
     In fondo è così che Oppo vince la sua partita, e lo fa cedendo al bisogno dell’ordinario che ci caratterizza come uomini fatti di terra. Eppure, nella compostezza della storia con fine prevista anche dal sigillo del titolo e con svolgimento che si dipana, tutto sommato, nelle convenzioni, l’Autore lascia aperti impercettibili varchi.
     Proprio per quei passaggi minuscoli storie d’amore usuali vengono ricondotte ad archetipi e ammiccano come leggende che non tradiscono il mito che è in loro. E se è vero, com’è vero, che il mito è quella forma specialissima di conoscenza che basta a se stessa e non si riconosce mai a pieno in un’unica soluzione, queste storie intrecciate ad arte, che pare debbano scorrere entro schemi obbligati, nel momento in cui si fanno mito moderno e pertanto immediatamente riconoscibile, bastano a se stesse al di là o ancor prima di ogni termine.
     Così il finale voluto da Oppo, conforme alle strutture della società attuale in cui gli avvenimenti prendono forma, è il fine obbligatorio (o quasi) di queste storie.
     Ma il mito emerge quando, lungo il corso del libro, l’Autore a tratti cede elegantemente il passo al lettore quasi a voler prolungare il piacere della partita. E così facendo raggiunge il proprio scopo.
     Il rischio di amare, che nella finzione letteraria si coniuga continuamente con il rischio di vivere, si risolve proprio là dove Oppo lascia spazio ad altre possibilità.
     Un finale diverso, ad esempio. Quello proposto è talmente discreto, suggerito in tono sommesso, che inevitabilmente ne richiama altri possibili, tutti insiti nelle vicende narrate.
     Compreso quello che potrebbe dare avvio a un’altra storia, magari dal titolo “Il coraggio di amare”, che lettore o autore, indifferentemente, potrebbero mettere al posto della parola fine.

Fabrizia Fabbroni