Giancarlo Padula

I SEGRETI DELLA PASSIONE
DI CRISTO

Presentazione di Rino Cammilleri

Prefazione di Mario Palmaro

Tabula fati, Chieti 2004

 




Prefazione di Mario Palmaro


     Dobbiamo essere grati a Giancarlo Padula per averci offerto questo agile libretto, la cui brevità non deve ingannare: si tratta di un lavoro profondo, minuzioso, serio. Un’indagine intorno al fatto che ha segnato la storia dell’umanità più di ogni altro, la morte e resurrezione di Gesù di Nazareth.
     Gliene offre il destro il film evento del 2004, quel The Passion of the Christ di Mel Gibson che segna una svolta epocale nella lunga serie di pellicole dedicate al Redentore. Padula scrive con la penna leggera e fluida del giornalista esperto, ma tra le righe si vede che il suo non è un esercizio retorico: questo libro coinvolge l’autore fino alla radice dell’anima, perché lo impegna con tutta la sua libertà e la sua vita. È quello che accade a ogni uomo quando incontra Gesù Cristo: fa esperienza di qualche cosa che ti cambia dentro. Mel Gibson ha realizzato un’opera che può aiutare gli uomini del terzo millennio a sperimentare questo incontro. Ed è per questo che il film va visto, va fatto conoscere. Va, soprattutto, difeso dagli attacchi e dalle critiche che vogliono demolirlo.
     Ho assistito alla proiezione in anteprima di The Passion of the Christ. Mentre davanti ai miei occhi scorrevano le immagini del film evento dell’anno ho subito pensato che quest’opera sarà bersagliata da critiche durissime. E non certo perché sia fatta male: The Passion... è un film straordinario, un atto di fede autentica reso attraverso gli strumenti tipici dell’arte cinematografica. Ciò non significa che quest’opera piacerà a tutti, perché ogni spettatore ha la sua sensibilità. Ma c’è una onestà intellettuale di fondo che tutti dovrebbero applicare nell’accostarsi a questa pellicola, e cioè riconoscere che Mel Gibson ha semplicemente voluto fare i conti in tutta serietà con il Vangelo e con l’esperienza cattolica consolidata attraverso duemila anni di tradizione.
     Adesso che il film — già campione di incassi negli Usa — è ormai arrivato in Europa e circola da tempo nelle sale, dovrà fare i conti, comunque ogni volta, con un fuoco di sbarramento furibondo. Non tanto per le reazioni del mondo ebraico, né per le opposizioni dei non credenti o dei fedeli di altre religioni. Il vero pericolo per il coraggioso Mel Gibson e per il suo appassionante film sarà rappresentato — sembra un paradosso — dal mondo cattolico. Perché c’è una porzione di battezzati apostolici romani, ci sono certi ambienti teologici d’elite ma tutt’altro che marginali, ambienti autorevoli e influenti, che non potranno perdonare all’attore-regista australiano di credere così fermamente alla storicità dei Vangeli.
     Quando il milieu teologico di cui sopra vedrà sullo schermo Pietro che taglia un orecchio a Malco nel tentativo di impedire l’arresto di Gesù, e poi vedrà che Cristo compie un miracolo riattaccando l’orecchio e guarendo completamente lo sconcertato servitore; e quando quegli stessi teologi demitizzanti vedranno la terra tremare dopo la morte di Cristo in croce; beh, la loro sorpresa e il loro sconcerto sarà grande e rumoroso. Ad esempio, si obietta a Gibson, nell’ordine, di aver dato troppa importanza al Calvario nella vita di Cristo (sic!), di aver ridotto la sua resurrezione a un fatto egoistico e privato (ma nel sepolcro non risulta che ci fosse una platea ad assistere all’evento come in un moderno reality show), e ancora — testuale — che Gesù “ha donato la sua vita e nessuno gliel’ha tolta”.
     Perché tanto accanimento? Dove è finito quel mondo cattolico dialogante e pronto a trovare semi preziosi di fede anche in pellicole che offrono un’immagine caricaturale e negativa della Chiesa e della sua fede? Possibile che Pasolini o Fellini siano sdoganati, e il povero Mel Gibson — che fa del suo meglio per far rivivere a milioni di persone le ore più decisive della storia — sia sommerso di critiche senza appello? Purtroppo, il nostro uomo è vittima di un pregiudizio: poiché frequenta ambienti tradizionalisti, è scattato nei suoi confronti un fuoco di sbarramento a prescindere. La sensazione è che non si giudichi tanto la pellicola, ma il suo autore. Questa è una potente ingiustizia, che rischia di influenzare negativamente il pubblico, privandolo di una rara occasione di meditazione e, non è esagerato dirlo, di preghiera.
     Alla base di tutto vi è anche una concezione teologica discutibile, che ha messo per anni l’accento sul “messaggio”, sulla “parola”, sul “libro”, quasi che il Verbo si fosse fatto carta. Mel Gibson ci strappa a questa beata tiepidezza intellettualistica e ci costringe a vedere un Dio fatto carne, una carne dilacerata e sanguinante, senza sconti e senza omissioni. È un realismo, una crudezza per intenderci, che ritroviamo in certe pellicole che hanno efficacemente descritto la Shoa; e in quel caso nessuno fra i cattolici gridò allo scandalo affermando che raccontare la vita dei lager in maniera cruenta era inutile e brutale. Gibson vuole mostrare come la sofferenza di Dio in Gesù esprima il vertice di qualsiasi dolore, la somma del patire possibile a un uomo: ed è per questo che si ritrova contro quei teologi che contestano questa idea.
     The Passion of the Christ è il tentativo — commovente e sconvolgente — di immergere lo spettatore dentro alla Passione di Cristo. Il film di Gibson è un’opera d’arte in movimento: la cinepresa racconta con straordinario realismo tutti i momenti della passione, dall’orto degli Ulivi al Golgota. Il linguaggio è quello dei grandi capolavori dell’arte: ad esempio, lo scherno e le risa oscene che circondano Gesù evocano i volti spaventosi di Hieronimus Bosch. Dopo qualche tempo, lo spettatore si dimentica di trovarsi di fronte alla finzione e gli attori — davvero bravi — lasciano il posto ai protagonisti. Che parlano in aramaico e latino, senza doppiaggio; ma è così forte il pathos narrativo che presto lo spettatore abbandona la lettura dei sottotitoli, e capisce l’essenziale. Sembra di assistere a un’antica rappresentazione medioevale, non già simulazione teatrale, ma esperienza viva dell’avvenimento cristiano.
     Nessuna pellicola ci offre un Cristo così uomo, così di carne e ossa. Nulla è lasciato all’immaginazione, nemmeno i particolari più spaventosi. L’uomo del Calvario soffre sotto i nostri occhi pene indescrivibili: la scena della flagellazione è raccapricciante. La crocifissione non è il solito acquarello idealizzato, ma una minuziosa descrizione del peggior supplizio di tutti i tempi. Il Cristo umiliato e coperto di piaghe, spogliato della sua solenne regalità, il volto sfigurato e gonfio di percosse si imprime nel cuore del pubblico: impossibile dimenticarlo.
     La fedeltà ai Vangeli è assoluta. Nel film sono i sommi sacerdoti a trascinare Gesù davanti all’autorità romana; ed è Caifa a forzare la mano al Procuratore, affinché liberi Barabba e crocifigga il re dei giudei. Pilato è tratteggiato con ragionevole realismo. Un uomo dilacerato dal dubbio, convinto dell’innocenza dell’imputato, ma che alla fine cede alla folla urlante. Antisemitismo? Basta vedere il film per accorgersi di quanto l’accusa sia ridicola: Gesù muore sotto il peso del peccato del mondo, ed è la stessa mano del regista — lo rivela Giancarlo Padula nella sua indagine — a infiggere il chiodo nel corpo del Cristo, come a dire: sul Calvario c’ero anche io.
     Mai come in questo film i Vangeli sono stati presi sul serio: la pellicola condensa in due ore e sei minuti una formidabile catechesi cattolica, dove ritrovare i fondamentali della fede, così spesso smarriti e confusi in tanta parte della teologia più colta e raffinata. Sì, un film semplice che racconta l’amore materno di Maria, sempre accanto al figlio; l’umanissimo tradimento di Pietro; la disperata solitudine di Giuda; l’istituzione dell’eucaristia che si incrocia con le immagini della crocifissione, il pane e il vino che si confondono con il corpo martoriato del Cristo. Senza tacere della inquietante figura di Satana, presente in ogni fase della passione.
     E poi, soprattutto, tanta sofferenza. Una sofferenza assurda, folle verrebbe da dire. Se non fosse per l’ultima sequenza: la pietra rotolata, la luce del mattino che illumina il sepolcro, il lenzuolo che si affloscia, Gesù di Nazareth restituito alla sua bellezza di Figlio di Dio, che si alza. È Risorto. Impossibile restare indifferenti.

Mario Palmaro