Giancarlo Padula

I SEGRETI DELLA PASSIONE
DI CRISTO

Presentazione di Rino Cammilleri

Prefazione di Mario Palmaro

Tabula fati, Chieti 2004

 




Presentazione di Rino Cammilleri


     Ho avuto la ventura di essere invitato a una visione riservata del discusso film di Mel Gibson The Passion of the Christ in una defilata saletta milanese; eravamo una decina di giornalisti in tutto, proprio lo stesso giorno dell’uscita negli Stati Uniti. Poiché i sottotitoli erano ancora in inglese, ho visto il film “vergine”, pari pari come è stato pensato dall’autore-regista.
     Posso dire, adesso, che si tratta di un bellissimo film e che è vero grande cinema. E, dopo averlo visto, trovo vieppiù singolari le accuse di antisemitismo che gli sono state rivolte e che ancora tengono banco (senza averlo visto).
     Il film è per tre quarti una trasposizione pedissequa dei Vangeli. Anzi, addirittura nella scena dell’arresto di Cristo nel Getzemani compare il ragazzo che fugge avvolto in un lenzuolo, che è la “firma” dell’evangelista Marco: un passaggio per nulla essenziale al racconto, che però Gibson ha voluto appositamente inserire.
     La condanna di Cristo, nel film, è pronunciata da un Sinedrio adunatosi in fretta e furia; dunque, con poche persone. Per giunta, due di loro si oppongono con veemenza. Il “crucifige!” è scandito nel ristretto cortile di Pilato da una gruppetto abbastanza sparuto. Chi ha la peggior parte, nel film, sono i romani, la cui gratuita e ottusa brutalità viene rimproverata da molti degli ebrei presenti lungo la via del Calvario. Ebreo è quel Cireneo che viene costretto ad aiutare Cristo a portare la croce ma che, nel film, fa di tutto per difenderlo dalle frustate continue. Ebrea è la pietosa Veronica, che porge al Cristo un panno con cui detergersi la faccia dal sangue. Poi, ci sono tutti quegli ebrei che nei Vangeli stanno dalla parte dei “buoni”: Maddalena, gli Apostoli, Maria (quest’ultima è impersonata da un’attrice ebrea, Maia Morgenstern).
     Il problema è che non si può raccontare la passione di Cristo senza descriverne le modalità della condanna, che sono scritte nei Vangeli da duemila anni. Dunque, le accuse di antisemitismo sono veramente fuori luogo. Stupisce che siano state rivolte al solo Gibson e non a tutti quelli che lo hanno preceduto nell’opera di raccontare i Vangeli per immagini: Zeffirelli, De Mille, kolossal come Il re dei re con Jeffrey Hunter o La più grande storia mai raccontata con Max von Sydow. Oppure Ben Hur, che vinse, anzi, undici Oscar. Per non parlare del nostro Il vangelo secondo Matteo di Pasolini. Insomma, di film sulla vita e morte di Cristo ce ne sono stati a josa e mai a nessuno è venuto in mente di accusarli di antisemitismo.
     Cos’ha di speciale, a questo proposito, quello di Gibson? Il quale non è neppure un film violento (è stato detto anche questo, e sempre senza averlo ancora visto): è solo crudo e realistico, perché un poveraccio frustato col terribile flagrum romano (un arnese di catenelle metalliche terminanti in punte acuminate) non poteva che uscirne come una maschera di sangue.
     Il film è un film cristiano (questo sì) e rivolto principalmente a cristiani. Questo è il senso della mano di Gibson che, fuori campo, inchioda Cristo alla croce, volendo significare che egli si è caricato le colpe di tutti gli uomini, nessuno escluso.
     Suggerisco di vederlo tenendo sgombra la mente dalle polemiche, si gusterà un’opera di straordinaria potenza evocativa e a tratti commovente. Se si ha l’accortezza di non tener conto dei sottotitoli (si può farne a meno, tanto la storia è notissima) si sentono le parole, in latino e aramaico, così come furono pronunciate duemila anni fa.
     L’arte di Gibson è inserita in modo discreto, nella presenza quasi continua del diavolo androgino, in quella di Maria (qui i teologi vedranno la corredentrice che liberamente offre il figlio al sacrificio), nei colori a tratti quasi caravaggeschi, nello struggente volto sofferente del Cristo, preso di peso dalla Sindone, negli esasperati ralenti che scandiscono le cadute di Cristo sotto il peso della croce.
     Certo, non sarà facile dimenticare l’infuriare delle polemiche, ma se non le si lascia alla porta del cinema si rischia di perdersi un gran bel film. Si dice che durante le riprese siano avvenuti dei veri e propri miracoli. Non so se si tratti di leggende metropolitane o di fatti veri; a mio avviso, il miracolo, se di miracoli si vuol parlare, è stato lo straordinario lancio pubblicitario, del tutto gratuito e inaspettato, che questo film ha avuto per almeno un anno prima della sua uscita. Le polemiche, infatti, si sono tramutate in un boomerang ed hanno contribuito ad accendere la curiosità intorno alla pellicola.
     Si tenga presente che ciò non vale sempre e comunque. Infatti, per motivi diversi, un precedente film sul fondatore del cristianesimo, L’ultima tentazione di Cristo, destò anch’esso a suo tempo scalpore e polemiche, ma la cosa si risolse in un mezzo flop al botteghino. Invece, per il film di Gibson è accaduto il contrario, e questo mi sembra veramente provvidenziale. Infatti, grazie a questo film, Cristo ha conquistato le copertine e le prime pagine in tutto il mondo, tutti i giorni per mesi, e la sua Passione è venuta inaspettatamente al centro del dibattito.
     Agli inizi del secolo scorso la Provvidenza (se di essa si tratta) si servì della nuovissima invenzione della fotografia per rivelare il volto di Cristo nella Sindone. Oggi, agli inizi del nuovo secolo, è il cinema, questa forma di arte totale, a offrire il mezzo per riflettere sui misteri principali della religione cristiana: Passione, Morte e Resurrezione di Gesù Cristo. Forse non è un caso che ciò sia avvenuto per un’opera di un credente dichiarato, un cattolico che ha chiamato un altro credente per la parte del protagonista. Chissà, magari per produrre vera arte su un tema del genere bisogna crederci davvero.

Rino Cammilleri