Mirko Pedale

La morte in abito da sera

Presentazione di Maria Pia Nervegna

Tabula fati, Giugno 2006

 


Presentazione di Maria Pia Nervegna



     Nel 1756 Edmund Burke nelle Indagini filosofiche sulle idee del sublime e del bello individuava un particolare “sublime del terrore” che scaturisce da soggetti cupi e terrificanti e che, proprio attraverso il terrore, può dare una forma di piacere. Questo gusto per il “nero” è possibile rintracciare nei racconti macabri di Mirko Pedale: egli riesce a proiettare nelle vicende romanzesche una paura profonda e inconscia e, al tempo stesso, attraverso il piacere estetico, ad esorcizzarla.
     Durante la lettura, sopiti nell’immaginario collettivo, si risvegliano tali terribili, angosciose tensioni, tale insopportabile smarrimento; lo scrittore ci costringe ad abbandonare le rassicuranti impalcature della ragione che fino a quel momento hanno sistemato nella loro struttura rassicurante tutte le manifestazioni della realtà e a inoltrarci nell’esplorazione delle zone oscure della coscienza, dove si agitano gli impulsi più inquietanti.
     L’operazione dunque solo apparentemente è tesa al divertimento o a suscitare nel pubblico forti emozioni; è, in realtà, in maniera ben più sottile e inquietante, un’affascinata esplorazione della dimensione del Male che è al fondo della nostra anima, della fragilità, della incompiutezza di noi esseri umani.
     I racconti macabri di Pedale contengono orrore puro ma la vena è stemperata e aperta alle commistioni della narrativa sentimentale, umoristica, pop-pulp o orientata, in maniera spesso divertita, a cogliere il sapore antico della tradizione: un richiamo a Walpole, uno a Lovecraft, un rimando a Hawtorne, a E. A. Poe o addirittura a Kafka. Le trame si sviluppano, sempre da idee accattivanti e variate, attorno a un’ambientazione dove sono riconoscibili le proiezioni metaforiche dell’inconscio, dei suoi grovigli e dei suoi impulsi incontrollabili e pericolosi, ad esplorare i quali si affaccia con curiosità lo scrittore, rimanendone affascinato e inorridito al tempo stesso.
     Incontriamo quindi racconti bizzarri, grotteschi (La sagoma, Il penultimo uomo), altre volte a sfondo religioso-cimiteriale (Il crocifisso, Un addio, Segni) cannibale (Fear caleidoscope I e II) o semplicemente fantastici; la varietà tematica, assieme all’oscillazione della lunghezza (dalla short story al romanzo breve) rende davvero i racconti leggibili e godibili. Il plot è robusto e i personaggi in cui il lettore può calarsi sono sempre di spessore, mentre l’interesse per le ambientazioni nostrane e spesso contemporanee massimizzano il fascino che possono evocare.
     A tal proposito si può osservare il dosaggio abilissimo nella costruzione dell’intreccio, nell’uso del punto di vista e in quello del tempo narrativo: ogni elemento del racconto coopera perfettamente con gli altri, al fine della costruzione di senso. In rapporto con gli intrecci si ha l’alternanza di tre diverse tecniche narrative.
     Talvolta il ritmo è molto lento, e ciò, insieme con l’adozione del punto di vista dello spettatore ignaro, contribuisce a creare un forte senso di sospensione; talvolta il ritmo è molto veloce, pura parte di raccordo che pone le basi per la scena finale; altre volte, la lentezza del ritmo e il racconto del narratore-testimone che non sa spiegarsi ciò che accade creano un senso di fissità allucinata, che accresce la tensione e il terrore.
     La morte è solo un minimo comune multiplo, più che la protagonista, e ci conduce senza tregua per mano in una dimensione sospesa tra violento disfacimento corporeo e il languido sogno: in La morte in abito da sposa e ne Il perpetuo duello incontriamo il vero racconto “gotico”: la caratteristica ambientazione italiana nonché lo scenario del castello in cui si verificano sovrannaturali apparizioni, il gusto documentario che mira a ricostruire il costume e l’atmosfera dell’epoca passata, il gusto del pittoresco storico, i meccanismi romanzeschi elementari, i ruoli schematicamente definiti; altre volte il racconto si fonda sulla persecuzione di soavi fanciulle da parte di tenebrosi malvagi, oppure sull’apparizione del mostro satanico, incarnazione del Male puro che dilania l’inconsapevole uomo della strada, sull’improvvisa quanto inspiegabile trasformazione corporea (Un dolce e sommesso ronzio), su pulsioni sessuali indicibili e rimosse (La bambola di carne), su spinte oscure che assediano la coscienza, su oggetti che si animano con fini malvagi (Serenata Macabra, Il letto stregato), su impulsi inconsciamente distruttivi verso le persone care e così via.
     Il fascino perverso di Pedale è che si immerge fino in fondo nel sovrannaturale, accumulando a piene mani orrende premonizioni, atrocità, orrore, sacrilegi, erotismo perverso, incubi, meraviglie ed esseri ultraterreni, conservando intatto lo scrupolo illuministico di cercare spiegazioni razionali dei fenomeni misteriosi, arginandoli attraverso una rigorosa aderenza alla vita comune: su sfondi di stregata e inquietante misteriosità, i personaggi si dibattono tra irrazionale e quotidiano, si mostrano ossessionati dall’oscura presenza dell’innaturale e tentano di respingerlo con la forza del raziocinio, ma ne sono alla fine sopraffatti, senza però convincere sempre fino in fondo, in un incubo che talvolta si risolve in divertita bizzarria.
     In un genere letterario che affonda le sue lontane radici nel “nero romantico” dove in quasi trecento anni sembra aver avuto corpo ogni ispirazione, il materiale è sempre fresco, ben congegnato e ben scritto: in una prosa densa ed elegante, dove mai però il perfezionismo prevale sul mimetismo dello scrittore o sulla trama, scivolano davanti ai nostri occhi il mistero, l’orrore e il terrore, contrapposti dalla tensione estetica di Pedale alla realtà quotidiana, in cui, malgrado l’enorme sviluppo tecnologico, la paura è ben viva ancora oggi.

Maria Pia Nervegna