Nella forma del racconto la letteratura italiana ha da sempre trovato il modulo più congeniale per attuare, grazie all’icasticità e alla brevità della vicenda narrata, un intento volta a volta polemico, ammonitore, comico, o anche per dipingere un piccolo quadro dalle tinte fortemente allusive, che sembra rimandare ad un messaggio la cui forza cogente verrebbe di necessità sbiadita da una maggiore complessità e distensione del narrare.
A questa esigenza non è riuscito a sottrarsi nemmeno Marino Solfanelli, poliedrica figura di giornalista, poeta e scrittore abruzzese, che con questa sua raccolta di racconti sembra quasi voler saggiare tutte le possibilità, recondite o meno, di tale genere letterario.
In un linguaggio volutamente colloquiale e paratattico, poco incline alle diffuse aggettivazioni e ai preziosismi linguistici, ma percorso da frequenti sbalzi temporali funzionali al ritmo della narrazione, e che sembrano seguitare ed accompagnare con amorosa cura le vicende, Marino Solfanelli sbozza con mano sicura piccole vicende quotidiane, ora comiche, ora dolorose, venate di satira o di rimpianto, o additanti persino un diverso e più autentico modo di concepire i sentimenti umani, come nello struggente In cerca dell’amore.
Ed ecco schiudersi dinanzi al lettore il mondo della piccola città, di questo microcosmo vera e propria cartina di tornasole del mondo, con la sua umanità brulicante di individui preda ora della paura instillata dalle malaccorte parole di un amico, come in Furto al supermercato, ora della struggente nostalgia per un passato ormai compiuto, come L’uomo dalle stampelle, ma anche del caos cittadino sapientemente orchestrato ed organizzato dai vigili urbani, come in La città verboten, o addirittura la fede illusoria, evanescente e sempre delusa nell’astrologia, come ne L’oroscopo.
Con mano lieve ma decisa Marino Solfanelli mette bonariamente a nudo le debolezze e le piccole meschinità umane che, nonostante le roboanti petizioni di principio di tanti nostri politici, non conoscono bandiere di partito, ostinandosi anzi ad allignare con più tenacia proprio in quegli animi dai quali la fede politica dovrebbe da sola provvedere a scacciarle.
Nasce così l’amaro Il creditore del terzo giorno, la cui vicenda sembra smentire l’illusione che la fratellanza ideologica e l’amicizia possano mai essere più forti dell’interesse economico.
Un racconto molto intenso pur nella sua disadorna semplicità, e che tuttavia nel finale secco e sorprendente pare additare un’umanità ancora possibile, un’umanità che metta una volta per tutte in ombra le facili etichette con le quali gli individui vengono catalogati come insetti, svelando al tempo stesso quella che il grande Pirandello chiamava la vita nuda.