Originale ed insolita la veste in cui si presenta questa favola che si dipana per XXVI Capitoli, meglio canti, in versi a rima baciata, in cui l’autore sgomitola il filo aureo della trama, lungo i tornanti delle vicende canoniche del genere, riuscendo a trasfondere la sua viva sensibilità, stemperandola in immagini di palpabile umanità.
L’amore vince sempre, questa breve frase può farci cogliere l’essenza di Tattolina, la sua vittoria salda in una sorta di significativa ring-composition lo snodarsi delle vicende, scandita da vari momenti in una struttura lineare, ravvivata dal tocco della fantasia creativa e dal fluire della poesia che nella sua onda sonora avvolge la magica atmosfera evocata dal piglio descrittivo e dall’efficacia coloristica dell’autore. Le alterne vicende in cui si dibattono i protagonisti trovano una natura sempre attenta e partecipe dagli echi teocritei, radiosa e triste secondo gli stati d’animo essa fa da sfondo, a delineare le atmosfere entro cui si situano i vari momenti della favola.
Abile il trapasso dal ritmo narrativo ai dialoghi diretti che punteggiano i canti in cui spesso appare il gusto dell’onomatopea, attraverso l’uso sapiente dell’allitterazione (cavallo galoppa galoppa) che riecheggia il rumore degli zoccoli del quadrupede o (batte batte, in fretta in fretta) che ripropone l’accelerazione del ritmo di un cuore gonfio d’invidia.
Figure di parola come la reduplicatio o la triplicatio dei termini sono perfettamente funzionali al dinamismo del racconto (allora allor che fu svegliata), per non parlare delle efficaci riprese (cara nonnina) che chiude il verso e (cara nonnina) che riapre quello successivo.
L’eco delle ottime frequentazioni letterarie dell’autore si riverbera nelle similitudini così ben conserte ai personaggi e agli stati d’animo (Come una nube densa e scura...) e nei chiasmi perfettamente funzionali al testo (corse il monte correva il prato).
Echeggiano tra le pagine di Tattolina gocce di sapienza, quartine / ariette dal sapore metastasiano sempre ben conteste, autentico cantuccio lirico dell’autore che riesce, talora, a tradurre proverbi di consolidata tradizione come: “una rondine non fa primavera” in movenze poetiche più ampie, ma non per questo meno efficaci (Ma spesso inganna tuttavia / il primo sole sulla via...)
Non meno belli i distici dal sapore gnomico sentenzioso (La gioia è il più gran bene / ma costa più di mille pene).
Sostanziato di respiro epico appare, peraltro, lo stile dell’autore che non disdegna l’uso di termini della tradizione del genere. L’ossequio alla tradizione favolistica si traduce nelle filastrocche accortamente utilizzate (Vola scopa, vola veloce / sono la strega più feroce) in cui parallelismo e chiasmo appaiono sapientemente dosati in un gioco verbale di sicura efficacia.
“Poca favilla gran fiamma seconda” (Dante Alighieri, Paradiso, Canto 1) è l’icona dantesca con la quale mi piace sinteticamente cogliere l’arte di Giuseppe Stracuzzi.
La scintilla d’amore che da Tattolina promana ed innerva tutta la narrazione è la medesima che scocca tra l’autore e la favola che al limitare del bosco, davanti ad una casetta, si accende fioca e tremolante, divampando poi come fiamma d’incendio che tutto travolge, fino ad acquietarsi in un fuoco che tutto riscalda e rianima col suo calore che è in fondo il calore dell’amore.