Bernard Tissier de Mallerais

Mons. Marcel Lefebvre

Una vita

Presentazione di Don Marco Nély

Tabula fati, Chieti, Novembre 2005

 


Prefazione dell'Autore



     Missionario, Vescovo, Delegato apostolico. La traiettoria di Marcel Lefebvre (1905-1991) parte come una bella linea ascendente. Pio XII lo fa vescovo del Senegal a quarantadue anni, e suo Delegato apostolico nell’Africa francese a quarantatré anni. Nel 1962 viene eletto Superiore generale della Congregazione del Santo Spirito che conta più di 5.000 membri. Giovanni XXIII lo nomina Assistente al Trono pontificio e membro della Commissione centrale preconciliare. Durante il concilio Vaticano II Marcel Lefebvre è il capo della minoranza.
     I due decenni che seguono (1968-1988) non rallentano né il suo passo né la sua reputazione. Terrà senza sforzo la “prima pagina” dei giornali. La “messa interdetta” che celebra alla Fiera commerciale di Lille nella calda estate 1976 gli procura una popolarità definitiva.
     Mentre Paolo VI denuncia “la sfida lanciata alle Chiavi di san Pietro”, Lille assiste a cose mai viste. Quattrocento giornalisti della stampa scritta, parlata, filmata, giunti dai quattro angoli del mondo, si accalcano per strappare al Vescovo una frase, per sentire una risposta. Surclassa le celebrità, politiche e di altro genere. Le “Isvestia” sovietiche chiedono a Paolo VI di mettere la museruola al Vescovo ribelle; il Primo Ministro francese, Jacques Chirac, supplica Monsignor Lefebvre, “in nome della Francia, figlia primogenita della Chiesa”, di riconciliarsi col Papa.
     Dodici annui più tardi, dopo aver detto “no” alla riunione interreligiosa tenuta ad Assisi da Giovanni Paolo II, l’Arcivescovo consacrerà quattro Vescovi malgrado il divieto del Papa. Tutte le telecamere dei canali mondiali della televisione mostreranno la cerimonia della “grande lacerazione”, che varrà al prelato di Écône la scomunica per “scisma”. È questo il destino del “vescovo di ferro”?
     La carriera di questo figlio d’industriali — non della siderurgia, ma della tessitura — del Nord della Francia ha avuto inizio quando, adolescente, Marcel Lefebvre si è fatto l’apostolo metodico dei courées, i miseri abitanti dei cortili di Tourcoing. Allievo del seminario francese di Roma sotto gli occhi di Pio XI e ordinato prete del 1929, corona i suoi studi con un doppio dottorato dell’Università Gregoriana; in seguito a ciò il Cardinale Liénart destina il doppio dottore ad un posto pilota: vicario di periferia operaia.
     Ma, svolta inaspettata, il giovane prete decide di farsi missionario ed eccolo novizio ad Orly, sotto gli elicotteri. Spiritano e barbuto, nel 1932 lo troviamo in Gabon, formatore di futuri sacerdoti africani, poi sperimentato coloniale delle rive dell’Ogooué e amico del dottor Schweitzer. La guerra lo impegna dapprima contro de Gaulle... e in seguito lo arruola nelle truppe di Leclerc, mentre suo padre muore deportato per azioni di resistenza.
     Nel 1945 viene richiamato in Francia per la sua “battaglia di Normandia” allo scolasticato di Mortain. Addio alla missione! Ma non per molto tempo, perché quando a Dakar il Vicario apostolico rassegna le dimissioni, l’autorità superiore volge i suoi sguardi su Marcel Lefebvre. Consacrato Vescovo nel 1947, viene nominato l’anno seguente Delegato apostolico: diplomatico senza essere “della carriera”.
     Da Marrakech a Tananarive, da Dakar a Gao, talvolta in compagnia di François Mitterrand, diventa il vescovo volante, perspicace osservatore della realtà africana, sulla quale s’intrattiene con Pio XII. Dal 1948 al 1962 Marcel Lefebvre è al centro dei dibattiti sulla decolonizzazione e l’indipendenza, organizzando una gerarchia cattolica autoctona; tre dei suoi ex allievi di Libreville saranno elevati all’episcopato.
     A Dakar, le direttive dell’Arcivescovo sono di una risoluta modernità, che cozza con l’immagine che ci si farà del “Vescovo tradizionalista”. Bisogna, raccomanda, «saper avanzare, combattere la routine, la ristrettezza di spirito, un tradizionalismo desueto e sclerotico che chiude gli occhi al materialismo, all’ateismo che assale la gioventù.»
     Ecco l’uomo che Angelo Roncalli, Nunzio a Parigi e futuro Giovanni XXIII, accoglie spesso alla nunziatura, l’uomo che è ricevuto all’Eliseo da René Coty, che Charles de Gaulle consulta a più riprese, che frequenta il Presidente americano Lyndon Johnson, e che si fa servire la messa dal Presidente irlandese Eamon de Valera.
     Ma, costretto dall’indipendenza, Monsignor Lefebvre deve lasciare l’Africa. Nominato Arcivescovo-vescovo di Tulle, dove incontra Jacques Chirac, è molto vicino ai suoi preti che va a visitare nelle loro canoniche e che lo giudicano “eccellente vescovo di campo, di una presenza straordinaria”.
     Eletto con la massima facilità Superiore generale dei Padri del Santo Spirito, intraprende nella sua Congregazione un’opera di risanamento che gli attira amicizie e inimicizie. Ma tutti, protagonisti o avversari, sono concordi nel riconoscergli un’incontestabile aura di fascino singolare, una prestanza formidabile, un fare paterno amante e amato.
     Nell’aula conciliare, non riuscendo a risolversi ad essere soltanto spettatore passivo della grande crepa che si apre nella Chiesa in pieno aggiornamento, si fa lo stratega di una battaglia accanita, appassionatamente riferita dai media; e parecchie volte quello che verrà chiamato “l’effetto Lefebvre” rovescia il corso delle cose.
     Nel 1968, rifiutando di farsi mallevadore di quel che considera l’autodistruzione della sua Congregazione, Monsignor Lefebvre si trova sulla strada, a sessantatre anni, con la valigia in mano, “Vescovo disoccupato”. A lui si volgono, in piena crisi del sacerdozio, le vocazioni disorientate: «Monsignore — dicono — fate qualcosa per noi, fondate un seminario!»
     Egli sa dove lo condurranno queste suppliche? Quali doni della sua grazia episcopale gli faranno dispiegare? E fino a qual punto? Ma i fatti parlano da soli: vento in poppa, circondato da tutta una schiera di giovani, l’intraprendente vecchio riparte da zero e crea un’opera sacerdotale approvata dalla Chiesa. Sarà ben presto ricca di una discendenza di oltre quattrocento preti e di duecento religiosi e religiose, presenti sui cinque continenti.
     Qual è la molla di questo ottimismo realizzatore? Senza dubbio la virtù della sua razza, giacché il Fiammingo tenace si unisce in lui all’industrioso faber (“operaio, artigiano, fabbro”), come attestano già da tre secoli il nome e la professione dei Lefebvre. Ma Marcel non sarà un erede di un grado diverso? L’ipotesi potrebbe fornire una chiave del destino eccezionale del prelato, dipinto dai media come il “cavaliere solitario” per eccellenza, e che tuttavia ha sempre affermato di non aver mai agito secondo idee personali.
     Noi ci siamo quindi dedicati ad un impegno di ricerca meticolosa delle testimonianze e dei documenti che ci permettono di chiarire l’itinerario dell’arcivescovo non conformista. Era necessario soppesare tutte le influenze esercitate sull’adolescenza e sulla giovinezza clericale di colui che sarebbe divenuto l’uomo meno influenzabile del mondo. Abbiamo voluto far ricorso a tutte le fonti d’archivio accessibili, e dischiuderle completamente al nostro lettore.
     Per mantenerci nel rigore che impone il metodo storico abbiamo messo incessantemente a confronto le asserzioni e i ricordi di un prelato che, durante due decenni decisivi nell’evoluzione di una Chiesa in mutamento, ha commentato per filo e per segno ai suoi seminaristi ogni novità ecclesiastica, spiegato ciascuna delle sue reazioni e delle sue risoluzioni, man mano che nel corso degli anni acquistava velocità il movimento rotatorio di un turbine di avvenimenti che egli dominava con tanta più disinvoltura quanta più docilità metteva nel saper seguire il loro corso.
     Saremo dunque condotti a discernere i motivi profondi dell’azione stupefacente di questo Vescovo fuori dall’ordinario e a crearci un varco nei recessi di una personalità che i migliori osservatori hanno dipinto come fortemente contrastata: volta a volta timida e ardita, conciliante e intrattabile, dogmatica e pragmatica. Riusciremo a scoprire l’unità nascosta di questa figura che non è tutta d’un pezzo? Per farlo, non abbiamo esitato ad accogliere le testimonianze dei nemici più irriducibili dell’Arcivescovo che furono, per certi versi, coloro che lo ammirarono con maggiore spontaneità.
     Forse allora il Lettore si troverà portato a scoprire con noi, pagina dopo pagina, il segreto di Marcel Lefebvre, la profondità di un uomo che fu così straordinariamente sicuro di sé solo perché fu assolutamente sicuro di Dio.

Bernard Tissier de Mallerais