Patrizia Tocci

Pietra serena

Presentazione di Anna Ventura

Tabula fati, Chieti 2000

 

Presentazione di Anna Ventura

     Mi piace anteporre, come epigrafe, a questa nota a Pietra serena di Patrizia Tocci, un verso tratto da uno dei sessantatrè brani che compongono il libro: “Che ne sarà del regno delle donne”. Perché è un regno delle donne quello che immediatamente si delinea, attraverso le molte scene che compongono un arazzo a splendide tinte; è al regno delle donne che portano i molti sentieri che, con coraggio, talento e cultura, l’autrice percorre.
     Non si tratta di un messaggio femminista, nell’accezione corrente del termine, anche se, ovviamente, la poetessa non ignora le problematiche del movimento: è piuttosto il risultato di un lungo percorso che lei inizia da bambina, e porta avanti, giorno dopo giorno, attraverso l’adolescenza, la giovinezza, l’inizio della maturità. L’infanzia gioca un ruolo fondamentale nella sua ispirazione, e così il paese dove lei è nata, dove ha mosso i primi passi, ha aperto gli occhi a un mondo che l’ha affascinata, ma anche sbigottita, delusa, messa in fuga: una fuga che chiama il ritorno, secondo il topos letterario per cui ci si allontana da un luogo per poterci tornare.
     Le icone di questo mondo arcaico, matriarcale, sono impresse in modo indelebile nella sua fantasia: la nonna sottile, la madre operosa, lei stessa, bambina, e poi la figlia nata da lei, si allineano lungo un filo invisibile, come le bambole russe, di cui hanno la stessa capacità evocativa.
     E gli uomini? Ci sono. Ma visti dall’angolo di osservazione dell’occhio azzurro del regno delle donne. L’amore irrompe nel regno come una forza della natura: ne ha la stessa squassante pericolosità, lo stesso fascino ineludibile. Le pagine dedicate all’amore non sono molte e non sempre sono esplicite, ma lo spirito del dio corre tra i filari delle vigne, vaga nei cieli e nelle nuvole, si annida dietro le pietre e dentro l’acqua.
     Insomma, in tutti i luoghi in cui il libro è ambientato, luoghi della memoria, del cuore e della fantasia sono, spesso, i paesaggi dell’Abruzzo, di cui l’autrice ha colto con occhio acuto ogni dettaglio: i cieli alti, le rocce rosse, le montagne innevate, i vividi prati, l’acqua e le pietre. La pietra serena, che dà il titolo al volume, rimanda alla città: una città austera, in cui i vicoli si incontrano a croce e le finestre sono bifore, una città che “ha torri, porte e mura medievali”, e custodisce segreti.
     Ma sarebbe errato costringere questo libro nel solo ambito — anche se di per sé vastissimo — del regno delle donne e dell’amore, dei luoghi e delle memorie; c’è un altro elemento che circola per ogni pagina, e che trova un’espressione esplicita nella seconda sezione del volume: l’amore alla scrittura. È il perno intorno al quale tutto il discorso gira: perché la vita, con gli affetti, le illusioni, le paure, i progetti, le gioie e i rancori, si specchia nella scrittura. Lo dicono questi versi:
     “Ed io vorrei / sentire il mare / alla finestra / e un tavolo per scrivere.”
     In essi c’è la forza visionaria della poesia: quel mare che non c’è, ma esiste nel miracolo dell’immaginazione; quel tavolo che è anche una zattera di salvataggio, è quel “centro”, di cui, talvolta, parla la poetessa: un centro che è quiete viva, è pienezza di vita e di affetti.
     Noi le auguriamo di raggiungerlo, anche se il cammino sarà lungo e ci vorranno, “sette stivali e sette scarpe smesse”. Quanto al “tavolo per scrivere”, nessuno potrà toglierglielo mai.

Anna Ventura