Un giallo è un giallo: ha il suo linguaggio, i suoi ritmi, i suoi luoghi comuni da rispettare. Il lettore sa che cosa lo aspetta, ha dentro di sé un orizzonte di attesa ben preciso, al quale il romanzo che ha di fronte non potrà che adattarsi. Pena la delusione; pena quella reazione che Daniel Pennac indicava tra i “diritti sacrosanti” del lettore. Quello di chiudere il libro che non lo interessa e metterlo via. Senza rimpianti.
Fin dalle prime pagine, Il cuore di Sarah spiazza invece il lettore e rompe uno dei luoghi comuni più diffusi, più “duri a morire”, di questa particolare letteratura di genere: la rapidità. Che poi, molto spesso, tende a coincidere con la superficialità, con quel frettoloso modo di sottintendere, di lasciare in sospeso, di sorvolare, che costringere chi legge a uno sforzo supplementare di fantasia, a metterci del suo, ad accontentarsi di vedere come va a finire. La qualità finisce per passare in secondo piano, travolta dall’azione, dall’urgenza di seguire l’incalzare degli avvenimenti. Il cuore di Sarah ha un ritmo lento. L’Autrice non tralascia i particolari, anzi, li evidenzia con una descrizione accurata, che ha la minuziosità dell’obiettivo della macchina da presa. Si sofferma sulle immagini, le scruta, si avvicina con misurate zoomate sui primi piani, sui dettagli, anche quelli che possono apparire di poco conto, ma che invece si dimostrano essenziali per creare l’atmosfera, suggerire sfumature, sensazioni, intuizioni. Fare quello che l’occhio attento dell’osservatore noterebbe in un contesto reale, ma con maggiore intenzionalità: la parola si sostituisce alla telecamera, traduce le immagini in segni sensibili, è la fascinazione di una tecnologia antica (la scrittura) che la straordinaria capacità dell’Autore (dell’Autrice, in questo caso) riesce a far emergere dalla pagina.
Subito Maria Pia Trozzi, autrice esordiente ma di solido mestiere e di grande tenuta sulla lunga distanza (verrebbe da pensare ai romanzieri dell’Ottocento) rassicura il lettore in merito alle sue reali intenzioni: il ritmo è lento, pacato, quasi da “slow food”; da assaporare con calma, seduti in un luogo tranquillo, senza distrazioni, dove lasciar emergere le figure fantasmatiche dei personaggi, il loro intrecciarsi, le tragedie personali, i sentimenti e le paure, con la loro avvolgente presenza. Concedendo tutto il tempo di osservare e meditare, lasciarsi trasportare e coinvolgere, con un’attenzione insolita all’uso puntuale delle parole, che ha il pregio di trascinare il lettore dentro la storia e tenerlo inchiodato alla pagina come in un classico “hard-boiled” del tempo passato.
Qui la contaminatio è di rigore: di fronte al passo lento e costante della scrittura, emergono tutti i topoi del genere, quelli che “fanno” atmosfera e richiamano immagini in bianconero ormai depositate nelle profondità della memoria. I buoni vecchi gialli di una volta, dove i poliziotti si chiamano O’Brien (tutti rigorosamente irlandesi) e i giudici Owen; dove la giustizia trionfa sempre e i cattivi sono assicurati alle patrie galere. Dove, ancora, James Ellroy non ha insegnato nulla.
Le sequenze iniziali hanno la consistenza di flash distaccati, di cui non si comprende il senso, ma che incuriosiscono il lettore e lo pongono in uno stato d’ansia che amplifica il desiderio di sapere. È, insomma, la stessa modalità che il cinema utilizza per introdurre lo spettatore in una storia di cui si scioglieranno i nodi solo in seguito.
Se, da una parte, il ritmo volutamente trattenuto (al punto da creare, talvolta, effetti di allucinate e iper-realistiche sensazioni di rallenti) rompe con una tradizione consolidata del giallo d’azione, dall’altra l’utilizzo di un linguaggio cinematografico, di quella particolare “tecnica” narrativa per immagini, riconduce Il cuore di Sarah nel novero delle più attuali forme della fiction televisiva. Verrebbe da pensare alle telenovelas, dove i tempi sono dilatati all’inverosimile, i dialoghi enfatizzati dai piani ravvicinati, l’azione ridotta al minimo e ogni colpo di scena, anche di limitato impatto emotivo, subito interrotto dal “nero” dello schermo e rinviato alla prossima puntata.
Ma non è così. Maria Pia Trozzi fa solo uso di una “tecnica” linguistica ampiamente sperimentata dai media, senza indulgere in una parola di troppo. Semmai questa caratteristica espressiva vuol preparare il suo testo a una “traduzione” televisiva immediata, che non avrebbe necessità di faticosi adattamenti, tanto è già naturalmente predisposta.
Fedele alla tradizione del genere poliziesco, è la scelta dell’ambientazione “americana” del romanzo. È vero che un giallo che si rispetti è più verosimile si svolga negli States, dove il genere è nato e si è affermato fin dagli anni Trenta; è vero che “i marziani non sbarcano a Lucca”, come osservava Giorgio Manganelli, sottolineando la mancanza di credibilità per certe storie, avventurose e straordinarie, trasferite sotto casa. Ma è anche vero che ormai il nostro Paese gode di una ferrata tradizione narrativa in questo senso — basti pensare al “classico” Andrea Camilleri e al successo meritato di Carlo Lucarelli e della scuola di Bologna, tanto per fare qualche nome — per giustificare un tentativo che sarebbe certamente riuscito. Date le qualità dell’Autrice e la scottante attualità del tema, un’ambientazione più “vicina” a noi non avrebbe nociuto alla qualità del romanzo, anzi ne avrebbe esaltato il realismo e la credibilità. Al punto da rischiare di confonderlo con la cronaca.
Sempre più spesso l’opinione pubblica è sollecitata dallo specialissimo tema dei trapianti di organi e dal sospetto di abusi e di traffici illeciti.
La letteratura e il cinema, da tempo, hanno trattato l’argomento, sottraendolo alle cronache, alle corsie ospedaliere e alle aule dei tribunali, per dilatarne i contenuti e immaginarne le implicazioni più spaventose. Tutti ricorderanno Coma profondo (1978) di Michael Crichton, in cui i corpi, destinati al trapianto d’organi, erano tenuti in vita artificialmente, fino al recentissimo The Island (2005) di Michael Bay, dove cloni di persone facoltose sono creati appositamente (e costretti a vivere nel sottosuolo) per fornire “pezzi di ricambio” originali, senza problemi di rigetto.
Fantascienza, si dirà. Ma con inquietanti anticipazioni di un mondo futuribile, che potrebbe improvvisamente manifestarsi proprio dietro l’angolo di casa. Forse i marziani non sbarcheranno mai a Lucca, ma la crudeltà umana, l’egoismo e la corruzione sono già qui, abbondantemente diffusi, senza bisogno di cercarli altrove.