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Florideo A. Matricciano


Florideo A. Matricciano

     L’intuizione (l’archetipo, il sospetto, l’idea e, forsanche, il rovello) Florideo A. Matricciano prende corpo accarezzata dal respiro impermanente di una qualche zolla d’adamah e dal rado pollare di una scaturigine antica, fra carpini, rovi, tralci e oleastri, di quella terra ventosa e soleggiata dell’Abruzzo Citeriore, incastonata sugli acclivi che dalla valle del Pescara s’inerpicano fino alla Majella.
     Vede la luce un mattino della bella stagione del ’cinquantacinque, nel secolo scorso, caldo e sonnacchioso. E ancora gioca d’ombre e di luci alle superfici inesplorate dell’aria, dei linguaggi e del profondo.
     Quando non si occupa dei sistemi d’illuminazione di lampiridi, meteore e feuilles mortes, “porta l’acqua e spacca la legna” nella dirigenza scolastica statale di alcune scuole pubbliche del territorio abruzzese (dal millenovecentonovantuno, in provincia di Teramo e, in provincia di Pescara, dal millenovecentonovantacinque), avendone portato e spaccato, in precedenza, nell’insegnamento, nella formazione e nelle sperimentazioni didattiche e metodologiche.
     Nel millenovecentoottantadue e nel millenovecentoottantasei, per i tipi delle Edizioni dell’Urbe di Roma, pubblica dapprima la raccolta Poesie e, a seguire, la silloge Ambilogie a soggetto.



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