La silloge di Luigi Lafranceschina si distingue per la ricerca di una lingua “sua”, che mescola italiano e dialetto. Questa scelta è vista come più autentica del puro dialettale, riflettendo il modo in cui i parlanti moderni usano le due lingue. Non è una semplice scelta linguistica, ma antropologica, che mette in primo piano la voce del parlante reale.
L’autore crea un affascinante impasto creativo, introducendo termini dialettali come “sckattare” o “zumpafusse” nel flusso dell’italiano. Sebbene alcuni termini siano locali e non immediatamente comprensibili, l’obiettivo non è la comprensione razionale, ma l’“intesa emotiva” della poesia. Lafranceschina possiede inoltre il dono della musicalità e del ritmo.
Il tema centrale è la nostalgia per il mondo della civiltà contadina, trattata con tenerezza, realismo e ironia. La nostalgia è considerata un sentimento forte essenziale per la poesia. L’opera non si rivolge solo a chi ha vissuto quell’epoca, ma offre anche ai giovani un tesoro sulla vita dei loro antenati, una storia della gente comune più significativa della “grande Storia”.
Il libro è una pietra miliare per il suo riuscito modo di intrecciare italiano e dialettalità.