Attraverso il dramma morale e materiale di Sam, Miriam, Elena, Benni, Vanzi e altri personaggi principali, l’Autore descrive la fine di un vecchio modo di vivere e, a seguito di una guerra nucleare, la nascita di una nuova società, in cui gli uomini sono sì diversi gli uni dagli altri – poiché così natura li ha creati, dotandoli di un differente quoziente intellettivo – ma sono tutti uguali sul piano economico.
Il lavoro, sottratto quindi dalla logica della produzione (da quella capitalistico-liberale a quella totalitaria di Stato), viene ad innestarsi nel tessuto collettivo e sociale non già come ricatto per la sopravvivenza, bensì come bisogno di creatività individuale e di partecipazione spontanea.
È in questo modo che l’uomo contemporaneo si diversifica dal suo simile in quanto a operosità e ingegno, senza subire o imporre sfruttamento. Dare e ricevere per offrire un contributo personale, a seconda del proprio estro, con la consapevolezza che non occorrono guerre nucleari, rivoluzioni sanguinarie e controrivoluzioni ancora più cruente, per ricominciare a vivere, ri-attualizzando tradizioni ormai logore, ma latrici di valori universali atti a promuovere il benessere comune.
La vita, ci dice l’Autore in questo romanzo che non è una favola né un’utopia, è e ricomincia in ogni istante del tempo che passa.