Esistono infinite modalità
poetiche, dalla lirica alla sperimentale, dalla visiva alla
confessionale e dialettale.
Margherita Bufi non segue
però nessuno di questi itinerari, trovando forse un unico
antecedente in Vivien Lamarque. La sua raccolta L’anima
cuce è una trina delicata di
parole incentrata sulla leggerezza.
Lontana da cerebralismi e
rivolta all’uomo della strada,
la sua poesia dimostra che si
può essere lievi e semplici senza cadere nell’inconsistenza,
mantenendo un atteggiamento equilibrato e votato al bello. Questo mondo apparentemente idilliaco cela tuttavia
un’inquietudine di fondo fatta di dubbi e interrogativi.
L’opera diventa così un viaggio interiore, una ricerca di
spiritualità laica scandita da
una scrittura sommessa, bisbigliata e mai retorica.
L’anima cuce si configura
come un dono che richiama il
motto lorchiano di luce, canto
e bontà, invocando un rapporto più autentico con la realtà
oltre abitudini e pregiudizi. È
un libro intimo e quotidiano,
un volume prêt-à-porter da
tenere in tasca o sul comodino
per ritrovare, attraverso lo
stupore e le sofferenze, il senso autentico delle cose, dei
luoghi e dei ricordi.