«Vieni anche tu insieme a me? Mi dai la mano?»
Con questa domanda si apre «Lucciole», una silloge
che si muove nel buio in cerca di un bagliore minimo e
ostinato. Cinque tappe di un cammino interiore: dalla
natura come primo rifugio, all’amore che ferisce prima
di guarire, dalla fragilità di un’identità “senza numero” alla parola scritta come atto di resistenza, fino
all’approdo sereno della memoria e degli affetti.
I versi si muovono liberi ma non dimenticano la
misura antica dell’endecasillabo; si spezzano in vocaboli isolati, si fondono in un unico fiato senza respiro,
si frantumano sulla pagina quando l’io non trova più
margine. Lucciole, papaveri, una spianatoia di famiglia convivono con un cursore in attesa di comando, con
addendi e grammi di un peso invisibile: il quotidiano e
il linguaggio del proprio tempo si fanno materia di
poesia.
Una scrittura che non teme la ferita – la possessione travestita da amore, il silenzio che sventra una
facciata – ma che, pagina dopo pagina, ritrova la strada
di casa.