L’autore, pur non definendosi un profeta, riconosce nei propri racconti di fine Novecento un’inconsapevole anticipazione del crepuscolo dell’Occidente. Quello che un tempo era un presagio è oggi una realtà tangibile: l'islamizzazione delle città procede rapidamente, favorita dall'inerzia delle autorità e dall'abbandono dei simboli identitari.
In questo scenario, viene evidenziata la responsabilità della Chiesa Cattolica, accusata di una pavidità che sfocia in un fatalistico cupio dissolvi e in una rinuncia alla propria essenza. L’opera narrativa non è dunque un'analisi cercata, ma un epifenomeno del male comune: essa nasce come risposta a un'aria "mefitica" che spinge verso la resa incondizionata, salvo rare reazioni di dignità e fierezza.
Il quadro conclusivo richiama la visione spengleriana: la civiltà occidentale attraversa una fase di disfacimento in cui ogni evento e opera nasce e perisce come le foglie sugli alberi, segnando l'inevitabile tramonto di un'epoca.