Scomposizioni, ultima raccolta di Mauro Macario, è insieme diario lirico, politico e metafisico che attraversa il nostro tempo, con lo sguardo disilluso e feroce di chi ha varcato molte soglie. È un libro che pulsa di visioni e denuncia, di tenerezze ferite; afferra la realtà con le mani sporche di vita e la espone, nuda e dolente, sul tavolo anatomico del verso.
In un tempo di contenuti preconfezionati, Macario resta poeta di carne e memoria. Le sue parole non sono “likeabili”. Sono ferite. O meglio: feritoie. Aprono spiragli, brecce nei muri compatti del conformismo emotivo. Leggere Macario oggi – oggi più che mai – è scegliere una poesia che non assolve. Che inchioda. Ogni testo, anche il più intimo, è una lente sul collasso umano, una cellula di indignazione poetica che scava nel ventre crudo della parola. Lì dove il linguaggio non è ornamento, ma stridore del nervo scoperto. Ma non si tratta mai di malinconia sterile.
Macario trasforma la perdita in rito, l’assenza in presenza scenica. È il suo modo di non sparire. Di esserci ancora. C’è, nel Nostro, il disincanto di chi sa che la Storia non ha mantenuto tutte le promesse. Ciononostante, Macario non è fuggitivo né connivente; se anche ha «lasciato la mischia alle spalle», «tagliato il cordone ombelicale dal ventre sociale», sta nella Storia, in continuo attrito con i suoi atroci postulati.
In copertina: Carte colorate, foto di Anni Roenkae - pexels.com)